Ogni teatrante è, in fondo, un buffone di corte. E come tale, un cortigiano. Parla di libertà creativa, di indipendenza, perfino di sperimentazione — ma lo fa sempre all’interno di una cornice, quella imposta dal signore. È il signore che decide chi può esibirsi, chi accede alla corte, chi riceve fondi. Il buffone può illudersi di essere libero, può rivendicare autonomia, ma resta comunque un dipendente. Un subordinato.
Il potere del signore è decisivo: è lui ad aprire le porte della corte. Ma quelle porte non si aprono per tutti. Il bando emesso dal signore stabilisce condizioni rigide, a cui i candidati-buffoni devono attenersi. Sono obblighi, non inviti. Chi non vi rientra resta fuori, relegato nei bassifondi. Solo chi supera la selezione può godere dello splendore della corte.
Per il signore, il teatro è un passatempo strategico: serve a intrattenere, a conquistare consenso, a riequilibrare giochi di potere. È un dispositivo di controllo sociale, un manganello vellutato. L’arte diventa uno strumento dell’ordine pubblico, seppure in forma più elegante.
Ma il potere del signore non si limita a regolare gli accessi: impone anche l’adesione al proprio linguaggio. Il signore può anche apprezzare l’inventiva espressiva, ma ciò che davvero conta è il conformismo. Dentro la corte è possibile criticare, purché la critica non diventi opposizione. Non al linguaggio, tantomeno al signore.
Certo, si può chiedere di più: più fondi per il teatro, regole di accesso più inclusive. Ma i tempi sono sfavorevoli, e i rapporti di forza ancor di più. E poi, a dirla tutta, la maggior parte dei teatranti non desidera rovesciare il sistema: vuole entrarci. Ambisce a far parte della cerchia dei privilegiati. Che sia per gloria o per un semplice tozzo di pane, si lancia nella mischia. Sgomita, sgomita, sgomita. Perché, alla fine, il teatro esiste solo se incontra un pubblico — e chi controlla le condizioni di quell’incontro?
Il teatrante è ruffiano per necessità. Sa, perché l’ha vissuto, che fuori dalla corte c’è vita. Ma è una vita difficile, segnata dalla precarietà, dalla marginalità, dalla povertà. Meglio allora sgomitare per un posto alla corte, per essere riconosciuti buffoni ufficiali.
In molti insistono a cercare risposte alla domanda: e' ancora possibile riportare il teatro alla sua essenza, liberandolo dalla dipendenza dal signore? Ma le risposte restano sospese. Nel frattempo, il bando è aperto — e la fila è lunga.