Etica digitale

Osservare Sul web — e sui social media in particolare — siamo tutti soggetti agli algoritmi. Ognuno di noi è profilato, sorvegliato, ridotto a pattern di consumo: particelle di un dispositivo digitale che è al tempo stesso macchina economica e linguaggio. Siamo osservati — ma possiamo anche diventare osservatori?

I social media costituiscono un meccanismo pervasivo che favorisce — e normalizza — la semplificazione dell’esperienza in formule stereotipate, espressioni prefabbricate, frasi fatte che confermano ciò che già si crede. Rafforzano il senso comune e indeboliscono la complessità e il senso critico. La sfida, allora, è restare dentro questo dispositivo tentando di praticare ancora l’argomentazione e il discorso razionale. Non è facile. Ma è possibile.

Come riuscirci? Non esistono risposte univoche. Molto dipende anche dalle proprie inclinazioni e passioni. In questo periodo, sto cercando non tanto di sfuggire alle trappole del mezzo, quanto di aggirarle, adottando strumenti che garantiscano maggiore libertà — sia nella scrittura che nella diffusione. Cosa significa concretamente?

Mettere alla prova il mezzo, intanto. Cioè estremizzarlo. Non c'è una sola frase, per quanto personale o biografica, che non abbia un aspetto di critica, e non c'è una sola idea, per quanto ipotetica o solo abbozzata, che non incoraggi la trasformazione. Allo stesso tempo, però, porsi il problema di come stare fuori dal mezzo. O di scegliere altri – e meno vincolanti – mezzi.

A partire da questo approccio, ho ripensato radicalmente il mio sito web, adottando la filosofia del Digital Garden e affidandomi a strumenti free e open source. L’idea è semplice: creare una raccolta di idee e materiali in continua evoluzione. Uno spazio esplorativo, in cui i miei lavori — teatrali e non — sono collegati a note e appunti ancora grezzi, come semi destinati a maturare nel tempo.

Il primo passo è stato tecnico, ma con profonde implicazioni etiche: ho snellito la struttura del sito, abbandonando l’architettura complessa e pesante di CMS come Wordpress e dei relativi database. La versione attuale, essenziale e leggera, si concentra interamente sui contenuti, con una grafica minima e tempi di caricamento rapidi.

Perché questo è il mio vero obiettivo: proporre contenuti che non si pongano il problema dell'audience, ma solo di approssimarsi alla verità. La scelta dello spazio, così come degli strumenti e persino delle modalità linguistiche, non è mai indifferente: è una scelta che regola il senso. Di conseguenza, le scelte tecniche sono immediatamente scelte politiche.

Gli strumenti che usiamo modellano il nostro linguaggio. E il linguaggio, inevitabilmente, plasma il nostro pensiero. Scegliere come costruire la nostra presenza digitale è il primo passo per riappropriarci della possibilità di osservare chi ci sta osservando.


«Il pensiero non è un contenuto chiuso in se stesso, ma un movimento, un prendere forma nel rapporto col mondo.» — Maurice Merleau-Ponty

Tra i tanti strumenti digitali che uso, ce n’è uno che ha assunto per me un ruolo quasi esistenziale: Obsidian. Non è solo un’app per prendere appunti, ma un ambiente in cui il pensiero prende forma, si collega, si espande.

Obsidian è la struttura tecnica che mi permette di tessere legami tra ciò che già so e ciò che sto scoprendo, intrecciando intuizioni effimere con riflessioni più profonde, e trasformando appunti sparsi in costellazioni di senso. In questo modo il pensiero si configura come un atto di esplorazione continua, non lineare, aperta.

Strumenti come Obsidian non sono solo mezzi funzionali, ma portano con sé una forza allegorica: nel modo in cui ci invitano a connettere, intrecciare e rivedere continuamente ciò che sappiamo, suggeriscono una diversa relazione con il mondo e con l’altro — meno fondata sull’accumulo e più sull’ascolto, sul legame, sulla co-evoluzione del pensiero.

È questa visione — del pensiero come rete viva e della conoscenza come relazione — a guidare la mia presenza sul web, e a motivare la scelta di strumenti che non si limitano a organizzare contenuti, ma contribuiscono a dare forma a un modo di essere e di abitare lo spazio digitale.