Carmelo Bene e Majakovskij

L’attore, l’attore di teatro, agisce sempre sul linguaggio, lo scuote sino a farlo deflagrare. Agisce sulla percezione, ma anche sul senso: più corpo che idea, l’attore assorda il significato, lo bracca, lo riempie di ostacoli, e con ciò stesso lo riattiva — nel momento in cui lo mette alla prova, lo rinnova. È questa la dialettica della “parola” teatrale, questo debordare oltre il semplice “riferire”, questo espellere da se stessi il significato per riconquistarlo sotto un’altra veste. Un caso esemplare di questa prassi è la lettura che Carmelo Bene fa del poema “Di questo” di Majakovskij. La dialettica tra “significato” e “significante” viene agita da Carmelo Bene come scontro, come una lotta furibonda dove la vertigine ritmica si oppone al “messaggio”, al “bel dire”, al “testo”, senza però mai farsi negazione del “senso”, anzi esaltandolo. Per quanto mi riguarda, questa è, probabilmente, la performance più radicale realizzata da un attore, per la qualità esecutiva e per la forza politica del dire.