Arte e intrattenimento

Calibano Nella maturità ogni rigidezza si affievolisce. È la piccola rivincita della dialettica.

Fare di ogni opera qualcosa di svincolato dal dovere di intrattenere: questo era il mio intento originario. Mettere l’opera al servizio dell’arte, sottraendola all’effimero dell’intrattenimento. Teatro e non spettacolo – per dirla con Artaud/Bene. Come se intrattenimento e arte fossero mondi inconciliabili.

Ma la dialettica è virtuosa. Sa saltare da un concetto all’altro, cercando punti di contatto, opposizioni, intersezioni. Un’opera d’arte non è mai del tutto priva di capacità di intrattenere. Il teatro ha in sé lo spettacolo (e viceversa).

L’intrattenimento è industria. Lo svago è subordinato alla produzione. Ma l’arte è davvero qualcosa di diverso? Nulla sfugge alla bilancia della produzione. Anche l’opera più radicale entra, volente o nolente, nel ciclo perverso del consumo.

L’intrattenimento è ovunque. Serve a riempire il tempo – lo plasma, lo definisce. È il tempo stesso. È il vero paradigma del mondo e dell’essere. L’intrattenimento è la totalità. E l’arte?

Da giovane, ciò che mi animava era il desiderio di andare altrove. Di non partecipare, di non contribuire allo spettacolo. Se l’arte era la forma nobile del piacere, l’intrattenimento ne era la versione degradata. Per istinto politico, prendevo posizione: arte contro intrattenimento. Teatro contro spettacolo.

Ma la dialettica ha un’intelligenza perversa. Ti costringe a cercare la verità dove è meno visibile. Arte e intrattenimento non solo coesistono, ma condividono lo stesso spazio simbolico. Ciò che sembra opposto, è in realtà unito. Per alcuni, l’arte è svago; per altri, l’intrattenimento è un modo per cogliere l’essenza umana. C’è chi dimentica la realtà attraverso l’arte e chi la comprende meglio attraverso l’intrattenimento. Esiste un’arte idiota e un intrattenimento intelligente. E così via, in un gioco continuo di ibridazioni.

Dunque? Riconoscere, distinguere, separare unendo: questa è l’operazione dialettica. Applicarla alla relazione — insieme conflittuale e simbiotica — tra arte e intrattenimento.

Sì, è vero: arte e intrattenimento si compenetrano, si avvicendano senza tregua. Abitano lo stesso spazio sociale e culturale, talvolta la stessa opera. Ma qual è la natura di questa convivenza?

Non è azzardato pensare che l’edonismo dell’intrattenimento sarà sempre più compatibile — e monetizzabile — rispetto al distacco dell’arte. Condividono il campo, ma non gli stessi diritti. L’arte è il superfluo dell’intrattenimento, ciò che fatica a entrare nel mercato dell’estetico.

O, detto altrimenti, l’arte è ciò che eccede l’intrattenimento. È ciò che resiste allo scambio, pur essendone parte. Se l’intrattenimento è totalità — «la nuova formula del mondo e dell’essere» — l’arte è l’esaltazione della sua parte ludica, gratuita, antieconomica. È deviazione. Deviazione fragile, marginale. Ma necessaria.

Se, come credo, la funzione primaria dell’intrattenimento è produrre forme che stabilizzano la struttura sociale, offrendo una «struttura di senso» che sgrava la mente dal giudizio, allora l’arte non può che sopravvivere ai margini. In una società fondata sulla prestazione, sulla produzione e sul consumo, che spazio può davvero avere l’arte?

Forse, allora, la sola via per una dialettica militante è questa: nella totalità dell’intrattenimento, privilegiare la sua parte conflittuale.

Calibano l’ha fatto. E ancora sanguina.