Il pessimismo della ragione

Quando penso al genocidio in atto contro il popolo palestinese, capisco che non esistono le condizioni per manifestare l’ottimismo della volontà. La lucidità mi sospinge, senza scampo, verso il pessimismo della ragione.

I fatti, del resto, parlano chiaro. La violenza israeliana – sistematica, strutturale, impunita – non accenna a fermarsi. Il progetto di cancellazione del popolo palestinese prosegue indisturbato, protetto dal silenzio complice o dal sostegno esplicito di gran parte dell’Occidente. Nulla, se non l’illusione, può oggi alimentare la speranza.

Il genocidio non si arresterà. Non lo fermerà Israele, non lo faranno le pressioni internazionali, né – tanto meno – eventuali sollevazioni dal basso, di cui non si intravede alcuna traccia. Ogni speranza appare, razionalmente, poco più che un inganno.

Gli interessi in gioco sono troppi. Strategici, economici, militari, ideologici: troppi soggetti hanno tutto da guadagnare nel mantenere lo status quo. E questo groviglio lascia intravedere un solo esito – tragico, ma realistico: ciò che resterà del popolo palestinese sarà confinato in territori frammentati, privi di continuità e di futuro. Bantustan senza diritti.

Il genocidio ha contaminato ogni cosa – la democrazia, il diritto internazionale, la coscienza pubblica. Quale forza potrebbe oggi infrangere quest’ordine delle cose?

È qui che il pessimismo della ragione si fa più tagliente: nella consapevolezza che manca del tutto una soggettività collettiva capace di incidere. Non solo sul piano internazionale, ma nemmeno a livello nazionale. Le energie esistono, ma sono sparse, disarticolate, spesso incapaci di riconoscersi a vicenda.

In questo contesto, il primo obiettivo politico dovrebbe essere quello di rompere l’allineamento del nostro governo con Israele – spezzare complicità diplomatiche, militari, economiche. Ma anche qui la domanda resta sospesa: chi ha, oggi, in Italia, la forza, la credibilità, l’organizzazione per sostenere questa battaglia? Quali soggetti, quali strumenti, quale strategia?

Malgrado il pessimismo, continuo a stupirmi di nutrire ancora fiducia nella parola. Di essere qui, in questo spazio, a cercare di dire qualcosa che abbia senso. Forse perché sento quanto sarebbe necessario un lavoro culturale e organizzativo lungo, paziente, capace di generare spazi comuni e pratiche condivise. E in questo lavoro, la parola è essenziale.

Ma è una consapevolezza inerme. La realtà assorbe ogni speranza. Forse, allora, scrivo per me stesso: per prendere le distanze dall’orrore e da chi, direttamente o indirettamente, lo ha giustificato o tollerato. Non per salvare la coscienza, ma per un bisogno – fisico, etico – di non smettere di parlare del genocidio del popolo palestinese.

Perché il genocidio è dentro di me – e proprio per questo devo esorcizzarlo.

Conservo la memoria di ogni parola pronunciata, di ogni gesto compiuto dopo il 7 ottobre. Ricordo i nomi di chi invocava il “diritto alla difesa”, senza accorgersi che eravamo già immersi in una punizione collettiva. Politici, giornalisti, intellettuali, cittadini comuni: anche se oggi cercano di cavarsela attribuendo ogni responsabilità a Netanyahu, restano compromessi in modo irreparabile. Perché hanno sostenuto, esplicitamente o tacitamente, una politica che era già, fin dall’inizio, genocidaria.

Sono loro ad averci consegnato al genocidio, rendendolo compatibile con i nostri valori, con la nostra democrazia. Si sono lasciati sedurre dal genocidio, fino a legittimarlo. Fino a farlo diventare il senso profondo dell’epoca.

L’ombra del genocidio ha contaminato ogni ambito del pensiero. E sebbene oggi l’evidenza dell’orrore abbia spento certi entusiasmi, il danno è compiuto: la corruzione è ovunque. Il genocidio abita dentro di noi. La nostra morale, il pensiero politico, persino le domande più intime sull’esistenza vi si sono adattate, perché esso è stato, in un certo senso, naturalizzato. È entrato nel quotidiano, e continuerà ad abitarlo finché ne conserveremo memoria.

All’interno di questo quadro, che è totalizzante (e paralizzante), scrivere serve a poco. Ma non scrivere mi sembra peggio. Affinché sia possibile farlo, io mi sono promesso una cosa semplice: nominare il genocidio: per segnare una distanza. Ecco, sì: usare solo parole che attraversino quell’orrore – parole che, nel nominare il genocidio, riescano a generare un significato diverso.

Per i palestinesi. Per noi stessi.