PAROLA O-SCENA
Primo varco: la parola
La parola-senso, la parola-promessa, anche quella critica, la parola
immolata, rapita, sventrata, la parola-musica, la parola-esilio, la
parola-parola, che non è mai la parola della parola, e non è mai la
parola che viene a raccontare, ma è parola in se stessa, ed è la
differenza e la diffidenza, è ciò che sta appeso alla lenza di chi
ti vuole violare e che ti pesca per fini non tuoi, la
parola-abrasione, la parola-bastarda e quella bombarda e il corpus
della sonorissima parola sarda, là dove il mare è sollievo a occhi
chiusi, la parola-asfalto, quella che abbaia, che bolle in pentola,
quella che sfugge e quella che inventa, la parola-privata che sta
sulla strada dei tempi reduce da una guerra mai cominciata, la
parola-senza patria e senza amore e senza lavoro e senza altro, la
parola-moglie, la parola-puttana, la parola che stringe le gambe e
ti accoglie, impedendoti però l'orgasmo e ogni spasmo di piacere
durevole, la parola-crisalide, quella che ti sfinisce quando ti
ospita tra le gambe, che tu puoi solo amare o, alla bisogna,
scopare, la parola-fica, che ti spreme, che t'ingoia, che ti sputa
fuori spossato, agonizzante, lacerato, magari anche felice, certo, e
però esautorato di una parte di te, gocce di corpo che si
trasformano ancora una volta in parola, parola-godimento,
parola-carne, fino a forgiare la parola-figlia, quella che resta
dopo di te, ma che prima non c'era, non c'era parola-verbo, prima
c'era solo il corpo sfatto e i suoi gemiti e i suoi bisogni da
soddisfare, prima non c'era establishment ad imporre
parola-menzogna, parola-gogna, parola-vergogna, parola-repressione,
prima c'era solo la parola-voce, la parola-strumento, ed anche la
parola-clava nella baraonda della babele primitiva, e c'era la
parola-antitesi, perché è dalla contraddizione tra l'uomo e la
natura che è nata la parola-comunicazione, ma non tutto ciò che dico
è vero, dunque attenti alle trappole della parola-storia, che è
sempre una parola-veleno, una parola-pozzo, un abisso da cui
attingere, anche se è difficile capire la parola-criminale, è nella
sua ineffabilità la sua bellezza, la parete della parola è infatti
invalicabile, la sua sanità è un'illusione, e dunque l'equivoco le è
consustanziale, è la sua immane polluzione, è la sua carne nascosta,
il suo didietro ed è la sua protezione, ed è forse da qui, dalla sua
sempre risorgente ambiguità, dal suo perenne scivolare sulle tavole
oliate del significare, è da qui che nasce la parola-poesia, la
parola-ultraparola, la parola più totale, parola-algebra,
parola-scacco, parola-tromba, nella pagina bruciata o nell'osceno
della scena è la bomba che oltraggia senza volere entrare nel
cannone, che scoreggia un sogno, parola-piscia di cane,
parola-megafono, parola-fica che morde e culo aperto da cui ormai mi
devo guardare, miro a salvare i miei genitali, ormai, partecipo alla
parola-orgia, ma guardingo, entro nei misteri della copula con la
parola-errore con molta diffidenza, oserei dire brechtianamente
distaccato, perché sono servo ed ogni servo sa che esiste la
parola-padrone, fetore sepolcrale di dominio dove si barcolla per la
parola-paura e tace la parola-ribellione, quella che nel tremore
intransigente ordisce trame precise di parola-lingua, incapace di
stare dentro le catene della merce, parola-caos, un caos decisivo:
su tale separazione si costruisce l'opera.
Secondo varco: la scena
Non ho dottrina con cui concimar amicizie interessate; ho solo un
corpo-latrina che si spende in uggia a ogni accumulazione e solo e
solamente et ardentemente per il godimento: in primis tra le braccia
della mia signora, poi sull'osceno della scena, là dove lo scuro
inferno è terra di serpenti e dove il corpo è ossessionato dalla
morte e ad essa si ribella. La scena-trucco, la scena-spiraglio, la
scena-dubbio, e siamo dunque all'epica colta sul vivo, nell'intenso
confronto con il costituito, e siamo alla catastrofe infantile,
all'azzardo della tecnica, siamo sulla scena-baratro, sulla
scena-sorpresa, nella corrente remando contro corrente, nel fiore
impazzito che sboccia fuori tempo, nell'isola dove è bandita ogni
ipnosi, ogni naturalità, ogni calamità psicologica, ogni dire
scorrevole, ogni voce ben levigata, cagata senza intoppi, sciorinata
bella e regolare, senza sforzo d'ano, senza sporcizia, scena-orrore,
scena-rotocalco, idiotissima canzone sempre pulita da ascoltare
attorno al focolare domestico, scena-famiglia, violenta come ogni
famiglia borghese, scena-chiesa, dove si ringalluzzisce quel
miserevole e indecente puzzo di sacro, scena del cazzo, disonesta,
vile, fatta da chi mai ha letto Lautréamont, scena-funerale,
scena-vecchia bavosa subietta del potere, vestita secondo le ultime
mode, scena-non senso, senza sesso, senza sangue, tutta frivoli
amori e fuochi d'artificio, con le sue vecchie membra inguainate in
seta Armani e in stretta stoffa nera, scena radical chic, tutta
flaccida, ed è così qualsiasi forma prenda, ciò che è la tradisce
immediatamente e la morte puzza, tremendamente puzza e le sue
vecchie parole e le sue dizioni biascicate e microfonate e quando
piscia dice di aver trovato la fonte della giovinezza, scena-nemico,
imbevuta di nuova narrazione, di testi civili e sociali, di discorsi
all'apparenza sensati e in realtà solo vuote idee di nuove stelle
della moda della cinematografia teatrale, scena che corrode dunque
se stessa, soddisfatta di sé, che si cuoce nel suo brodo di scolo,
scena-scrofa, dal cervello piccolo-piccolo con cui si dimena in
domande inutili, chiedendosi se la commedia debba venire
rappresentata su un palcoscenico rotondo o quadrato, se l'attore
debba sparire per fare spazio alla tecnologia, se la drammaturgia
debba riscoprire i valori sociali e civili, scena-gelatina,
scena-aborto, scena illeggibile e declinante, la morte la avvolge e
lei per istinto evita di prenderne atto, si nasconde a se stessa,
evita lo specchio e il doppio, viaggia verso la sparizione,
scena-invidia, non necessaria né urgente, scena-rifugio, dove
l'idiozia regna sovrana e tiene nel sacco l'innominabile rivolta,
scena-svago, scena da cui scendo dopo aver fatto massacro, io che
amo il disimparare, io che odio ogni deità e che amo, amo
inconsapevolmente e con furore il dolce far nulla, o il far tutto
con le belle donne, le donne possedute in parità di possesso e
possessione, sempre senza processione di tabù o divieti,
scena-libertà, scena-crudeltà, scena-sorgente, altro spazio vitale,
altro luogo, scena-fuoco fatuo, non i singhiozzi dell'anima, né i
buoni sentimenti, ecco prediligo una scena-invettiva, vispa eruzione
lavico-fonica di ritmi in opposizione, col fiato che tracima, anche
incomprensibile, nella crassa voglia di sciogliersi in una euforica
bisboccia verbale, scena-urlo, sputata di fogna, rutilante, come
gesto d'ira, capace di estrarre dallo strabismo della parola una non-conoscenza letale, didatticamente inefficace, scena-carcere,
scena-catastrofe, scena-Majakovskij, scena-Rimbaud, scena-Artaud,
scena dove Frank con la Zappa sbaraglia le carte in tavola, e la
sintassi e il ritmo e la partitura, scena-escremento dalle mille
profezie, arroventata, spaventata, scena-cagata gigantesca,
scena-allegoria, là dove l'attore è dilaniato dalla parola e la sua
voce non può che tradurre il dolore, scena-ferita, per sperimentare
la troppa tenerezza di chi vuole sparigliare le carte in tavola:
entrare nel girone infernale della scena come nutrendosi della
propria morte, a sfamarsi di uno straniamento definitivamente
depurato dallo strehlerismo o dal ronconismo, amando la precisione
della poesia: perché recitare è abbagliare la parola, al di là di
ogni cerimonia.
Post mortem:
l'elemento critico è decisivo (con humour)
Ognuno, credo, se ama davvero, dovrebbe ingoiare l'oggetto del
proprio amore. Dovrebbe interferire nei suoi piani, cioè amare non
stando al gioco della proprietà. Non ci sono catene da ribadire,
quando si ama. Ciò che io amo rinvia a me stesso, sempre. Se io
voglio godere del suo corpo, se voglio sedurlo, se voglio abitarlo
liberamente, come posso pensare di farlo nella solitudine
dell'esclusività? Ora, quello che va condannato del teatro
contemporaneo – che va ferocemente odiato – è la sua attitudine a
precludere la conoscenza della sua essenza reale: ciò che
effettivamente è, oggi, il teatro, dovrebbe diventare di pubblico
dominio. Mostrare la sua subordinazione, questo deve essere il
nostro programma. La sua – mi permetta – disumanizzazione. Io amo il
teatro, tantissimo. Lo amo soprattutto per come l'ho conosciuto, ad
esempio quella volta che entrai per la prima volta in vita mia in
una sala e fui abbagliato dalla voce rauca di Carla Tatò; e lo amo
per come potrebbe essere. È vero però che il teatro contemporaneo mi
repelle. Ed è qui che la doverosa pratica dell'ingurgitare ciò che
si ama, si trasforma in pulsione omicida: c'è la tentazione di farsi
assassino e di uccidere l'amato teatro. Questo contrasto ha un unico
significato: ricercare un teatro capace di farsi stimolo
irresistibile e nutrimento artistico. Ecco, ridurre in polvere il
teatro, renderlo frammentario, discontinuo, bizzarro e incerto, e
non com'è oggi il nostro teatro-fede, che è coerente, compatto,
arbitrario e consolante. Ci serve un teatro-critica, come
un'esplosione di carne, di muscoli, di sangue, di lacrime, di
sudore, di merda, d'intelligenza e di stupidità, di tenerezza e di
crudeltà, di esperienze diverse, di estremismo radicale, di passione
senza freni, un teatro che fa a botte, senza magia, senza
occultismo, senza fascismo, indifferente alle cricche e a ciò che è
in voga, un teatro allo sbando, che morde, che tuona, che nasce con
i piedi in avanti, che ringhia, che comunica la sua
incomunicabilità, mai arreso a ciò che è, ben al di là dai narratori
da salotto che ci dicono inquietanti mezze-verità o dai teatranti
delle ondate ricorrenti incapaci di dire niente, ecco vorrei un
teatro che non esiste, un teatro «che scruta attentamente la sua
stessa natura per scoprire qualcosa della sua composizione chimica.
Finché questo tipo di teatro non esisterà, la causa del teatro può
essere strenuamente difesa, ma lo stato del teatro si disgregherà
sempre di più».
Post coitum:
rendere possibile l'astrazione
Che cos'è l'oscenità della parola? Che dietro le sue vesti si
nasconda uno staff composto da autore, opera e pubblico? Allora, la
sua apparizione pubblica offre in pectore la frugale soluzione del
problema: una bisboccia collettiva dove ogni separazione tra i tre
elementi che formano l'incastro è bandita. Solo nell'unificazione
avvenuta (lieto skàndalon o felice colpa) potrà finalmente
darsi un teatro di voce. Alzo il calice e brindo alla voce
della catastrofe. Prosit.
[Dedicato alla Compagnia Teatrale Unoetrino]
→ IL
CORPO PARLANTE (versione completa, file Pdf, 810 kb)
[Indice Opere di Nevio Gambula]
