LA «MARIA» DI ALDO NOVE SECONDO ME
Non amo commentare un poema altrui. Se qui, con queste note, lo
faccio, è perché il poema Maria di Aldo Nove, pubblicato
parzialmente sul numero 212 di Poesia (Gennaio 2007), è destinato
ad avere una risonanza che va ben oltre quello che esso
effettivamente è. Cominciano a vedersi le prime avvisaglie. Ciò
che mi ha mosso a farlo – e a farlo da un punto di vista
totalmente soggettivo – è il fatto che trovo esagerata la sua
esaltazione; al contrario, lo trovo un poema di basso profilo
qualitativo. Non solo. Per me che sono cresciuto con una cultura
atea e anticlericale, quel poema contiene tutte le peggiori
ossessioni della religione. Invidio – lo ammetto – la sicurezza
con cui l'autore esibisce questa «preghiera-invocazione». Io non
sarei capace di dire le mie bestemmie con la stessa mancanza di
dubbio. Invidio, ma allo stesso tempo mi insospettisce. Una
sicurezza molto teatrale. Lungi da me, in ogni caso, giudicare la
persona. La mia parzialità di giudizio riguarda le parti del poema
pubblicate e il modo in cui è stato presentato (Cfr. Andrea
Cortellessa, Lo scandalo dell'amore infinito, Daniele
Piccini, Maria, o della necessità della poesia, in
Poesia n. cit.).
***
Lo «stupore» e lo «scandalo» …
Quanto possono – le parole – essere lontane da ciò che designano?
…
Ci si stupisce quando la chiarezza di un dettato cede il passo
all'enigma, all'enigma che attrae senza minaccia. Le
interrogazioni che pone inebriano. E disorientano, invitandoti a
percorrere altre strade. L'incertezza prodotta dallo stupore non
dà angoscia. Mi sono stupito, recentemente, alla lettura delle
Opere di Giovanni Testori. La fede problematica, le ferite esibite
con sincerità, quei lembi di carne che interrogano la divinità
senza compiacimento, la crudezza del linguaggio: una bellezza così
diversa da quella cui ero abituato, questo mi ha stupito. Certo,
Testori resta aggrovigliato ad una concezione della vita fatta di
penitenze, di peccati da espiare; troppo vincolato ad una idea di
desiderio da reprimere, magari ansimando e sputando sangue per la
consapevolezza della repressione, ma accettandola senza colpo
ferire, mostrandosi dunque come persona sostanzialmente non
libera. La scrittura di Testori trabocca di santità, e si fregia
di una idea di amore che non è la mia, che non può essere mia. Ma
c'è qualcosa che mi attrae; qualcosa di quella scrittura mi
attira. Forse perché a tratti, proprio per come è disposta sulla
pagina, sembra prendere le distanze dallo stesso autore, nel senso
che riesce a non esaurirsi nelle sue concezioni, nella sua
ideologia logora. Forse perché il suo esito è imprevedibile. Lo
stupore, in questo caso, è un abbraccio sorprendente. E «fa
semenza». …
Nessuno stupore leggendo Maria di Aldo Nove. Disgusto,
forse. O almeno contrarietà per quella che mi sembra una
regressione all'infanzia: dell'umanità e della poesia. Nessuna
«adesione», dunque. Nessuna «emozione». …
E lo scandalo? …
Ci si scandalizza quando la nostra sensibilità viene turbata da un
evento, quando un dettato spregiudicato ci spiazza. Lo scandalo
sabota una normalità. Lo scandalo è offesa, in particolare offesa
della concezione cattolica della vita (scandalo e peccato – e
colpa – sono concetti paralleli). …
L'ultimo "cannibale" ha ormai passato la soglia, pronto a
prostrarsi davanti all'altare, come ogni altro discepolo. Dov'è lo
scandalo? …
Scandalizzarsi per l'ennesima conversione? O per l'ennesima
confisca della razionalità che non ritiene Dio una ipotesi
plausibile? Niente di più prevedibile, in questi che sono tempi di
totale disarmo critico. Niente di più scontato. Chi si scandalizza
dell'adesione di Aldo Nove al pensiero del sacro non è capace di
confrontarsi con questi tempi, con questi tempi – questi nostri
tempi di decadenza generalizzata – dove torna il "vizio" di
sottomettere la ragione all'assolutismo religioso; e dove i modi
della poesia tornano a privilegiare la parola incantata: senza
tragedia, ignorando l'innovazione, si avanza a fari spenti
inseguendo il fantasma di una poesia «delle origini», purificata
dal male del finito, un luogo dove «Dio è presente»; torna la
poesia come emanazione «dello spirito umano che è lo spirito di
Dio». …
Nessuno scandalo, davvero. Contrarietà, appunto. Radicale
contrarietà. …
Umana e razionale contrarietà. E politica – e poetica –
perplessità. …
Può dare scandalo il «turbamento» e la «disperazione» che si
rifugiano nel bagliore della Madonna? Scandalo? Fastidio,
piuttosto. Non è infatti un atteggiamento consolante? E proprio
perché consolante, quanto colpevole? Se il turbamento è per il
reale barbarico – se è per – elevare un canto a Maria non è
cercare un rifugio? Se la disperazione – il perpetuo terrore – è
consapevolezza del degrado dell'avventura umana presente, che
senso ha sprecare energie per composizioni che esplodono in
obnubilazione? È marcio, il reale, lo sappiamo bene. Ma non
sapevamo altrettanto bene, almeno sino a ieri, che la risposta non
è in una gloria ultra-terrena né in quella «novella speranza»? Non
avevamo già rifiutato – con la ragione, con la scienza, con la
lotta, con l'utopia – il culto dell'eterno? Non avevamo già ucciso
ogni idea di trascendente? E spento ogni fede diversa dal dubbio?
Rifuggito ogni venerazione? Che bisogno c'è di questa nuova
euforia mariana? …
Quello che ha forgiato Maria è un turbamento – e una
disperazione – che non solleva ciò che lo rende tale, ma che lo
conserva. Che lo conserva. …
Nello smarrimento – nell'inquietudine, nella paura del finito, nel
disarmo del pensiero critico, nella resa d'ogni "speranza" laica –
la poesia torna a coagularsi attorno a una visione del mondo che
riduce l'essere umano a protesi del divino. E torna a farlo senza
neanche avere la forza di bruciare di alterità. Ecco, torna
l'ossequio deferente verso una verità che è impotenza della
verità, verità che si respinge da se stessa, che si relega nella
fede poliziesca. …
In molti lo applaudiranno, è certo. Chi lo applaudirà? …
Non capisco l'applauso di Andrea Cortellessa, che pure reputo uno
dei critici più interessanti. A cui pongo una prima domanda: se
anziché Maria il personaggio del poema fosse Lenin o, declinandolo
al femminile, Rosa Luxemburg, e se per esaltarne la figura si
ricorresse allo stesso tipo di metafore usate da Nove, diciamo
alla stessa affermazione oltranzistica d'un sentimento
oleografico, non avresti gridato alla pedagogia, al sermone rosso,
alla morale d'accatto, alla didascalia pedante? Mi ha colpito,
nello scritto di Cortellessa, l'assenza di giudizi di valore sulle
esposizioni – teologiche, e di riflesso ideologiche e filosofiche
– che il poema contiene. Posso, approssimandomi criticamente ad
una poesia, evitare di prendere posizione rispetto all'universo di
pensiero che richiama? …
Cortellessa parla di «concetti teologicamente ardui». Chiedo: sono
anche neutri? …
Quale pensiero-mondo grava – come incubo, grava come trama
tenebrosa – su quei concetti? Quanti sperperi contengono? Quante
oppressioni? Quanti roghi? …
Qual è il valore – etico, politico, fisolofico – dei concetti
racchiusi nella Maria di Nove? …
Compio una forzatura se metto in relazione questo poema con quella
sorta di nuova crociata per la riaffermazione dell'egemonia
cattolica condotta da Papa Benedetto XVI? Quanta contiguità c'è
tra i «concetti» di Nove e la teologia retriva del Papa? Non fanno
parte di un unico humus culturale? …
Certo, mi si dirà, la poesia non si risolve nel solo aspetto
semantico: ciò che conta è il rito della poesia come poesia. Ma in
Maria tutto l'artificio retorico – da composizione di aspirante
prete al seminario, o da insegnante di catechismo – è teso a
tracciare l'inno (evidente, evidente inno adeguato)
all'iconografia ufficiale del Vaticano: la Madre che consola, la
Madre che sostiene, la Madre Celeste Patetica, la Madre-chioccia,
la Madre-terapia, la Madre-mammona. Una Super Woman Immacolata, il
cui «sorriso» – addirittura! – «proibisce la morte» del vivente. …
Il poeta-sacerdote riesce a organizzare, per accumularsi di rime
da prontuario («bella» / «stella»), una devota esagerazione, una
scena mirabile della venerazione, quasi un singhiozzo auratico,
del tutto incredibile per un essere umano che tenga in conto
l'intelligenza. Ma incredibile anche per un credente fieramente
dubbioso delle storielle per il popolino costruite ad arte dalla
nomenclatura vaticana. E sì, perché «il nucleo più intimo e
popolare della cristianità» di cui parla Cortellessa riferendosi
al tema del poema di Nove è questo inganno ordito dalle gerarchie
ecclesiastiche nei secoli dei secoli (triplo salto mortale di
amen!) a scapito dei popoli. E infatti sono forti le assonanze tra
quanto scrive Nove e le pagine che Giovanni Paolo II ha dedicato
al culto di Maria. «La vittoria, quando verrà, verrà per mezzo di
Maria», scrive Vojtyla … Aldo Nove scrive qualcosa di diverso? Totus
tuus Maria ego sum … …
Diciamocelo chiaramente: s'ode, in questa Maria di Aldo
Nove (s'ode, chiaramente e fiero) il segno oscuro del Dogma. E in
particolare del Dogma della divina maternità di Maria («luce che
s'irradia nell'incanto / del ventre tuo»). Senza stare a scomodare
l'impossibilità del concepimento senza rapporto sessuale, non
basterebbe ricordare quanto di negativo ha portato, in termini di
morale sessuale repressiva, quella che Reich chiama «la negazione
dell'abbraccio genitale»? …
È azzardato affermare che il poema di Nove è confermativo? …
Sì: il poeta conferma. …
Conferma la grande favola-trappola della Maternità Divina di
Maria. …
La sacra menzogna della verginità di Maria. …
Il poema conferma. …
Non libera, conferma. …
Non si oppone al pensiero osceno (umanamente o-sceno, fuori dal
possibile dell'umano), ma appunto con-firma: rende stabile ciò che
già è. Economia profittevole dell'inganno reso eterno. Ecco: la
devozione – nuova, appena cominciata, lieta e difficile come ogni
inizio – si mostra come vana credulità. …
Una rappresentazione catartica, questa Maria. …
Versi divini, come una siringa per il tossico. …
Versi senza enigma. E dunque, proprio perché immediatamente
traducibili in significato chiaro, versi senza quella ambiguità
che da sempre caratterizza la migliore poesia. Versi senza
fascino, senza sorpresa, senza fremito crudele, senza l'abisso
delle carni lacerate. Versi senza "mistero", insomma, ma colmi del
Mistero della fede, che è entusiasticamente cantato come litania.
Può una poesia riprodurre la banalità – che non è semplicità, ma
fatale e chiara banalità – della preghiera? Può ripeterne i suoi
piani sintattici e fonetici? Può, se vuole farsi come preghiera. …
Se vuole farsi accettare come preghiera della concordia e
conciliatrice. …
Se vuole immolarsi al credo appena acquisito. …
Se vuole iniziarsi. …
I versi di questo poema ci dicono che solo l'amore infinito di
Maria può consolare l'infermità umana. Nove lo scrive in maniera
inequivocabile: «dell'amore che rimane / a consolare le vicende
umane». E ci dicono che soltanto in Maria, in quanto colei che
darà i natali a Cristo, è la salvezza («che la morte / in te è
sconfitta»). E confermano anche – in barba a ogni scienza! – la
credenza che vuole l'universo creato dalla Parola: «Regina tu
della parola / che l'ha creato» … …
Maria, dunque, è la manifestazione di ciò che genera tutto,
dell'ente sovrasensibile, e perciò inconoscibile, chiamato Dio. È
in lei che lo Spirito si manifesta per primo e tramite lei si farà
carne. La sua essenza è la nostra salvezza. Senza di lei, senza il
suo concepimento privo di sperma, la salvezza non sarebbe neppure
cominciata («Senza di te, non era vero / l'inizio»). Lei è «il
senso» dell'universo, appunto; più propriamente il principio
dell'unico senso possibile. La sua in-finitezza è la sua stessa
perfezione e la nostra letizia. …
D'altra parte, se il poeta scrive «dorme, dentro di te, tutta la
storia» … se scrive «Tu diventi / il nome nuovo che agita tra i
venti / la verità che brucia i documenti / che celebrano il corso
degli eventi» … se scrive che il male (raffigurato guarda un po' –
che ardita invenzione! – dal solito biblico «serpente») «ad ogni
tuo respiro è cancellato» … ecco, se scrive queste e altre
storielle rimate, io incredulo ne deduco che l'amore di Maria è
l'unico antidoto al «potere» e alla «infinita guerra». È inutile
dannarsi nella prassi oppositiva dentro la storia; affidiamoci
alle sue benevole mani, tutto si chiarirà. È inutile ogni idea
abominevole di rivoluzione, o anche solo di trasformazione di
questa nostra società disumana basata sul denaro: sarà Maria, con
il suo parto, a scacciare il serpente («in te noi tutti un'unica
vivente / ascesa verso il cielo nei battelli / celesti delle tue
preghiere»). È nella preghiera estasiata alla «madre di dio» che
solo possono farsi i «destini» dell'umanità. …
Dunque il senso del poema è anche questa affermazione politica –
eminemente politica – della teologia dominante, ossia di quella
teologia "spiritualistica" che mette in primo piano «la
liberazione dal peccato» e che decreta come «opera vana» occuparsi
della vita al di fuori dell'obbedienza ai dogmi; quella stessa
teologia che non ha esitato a condannare «gli alcuni» (i teologi
della liberazione) che concepiscono l'impegno del credente come
«liberazione dalle schiavitù di ordine terrestre e temporale»
(Giovanni Paolo II, discorso in Argentina durante la dittatura dei
generali, riportato dal Corriere della Sera del 3 aprile 1987). In
fondo, se è in Maria che «la nuova sorte / del mondo si manifesta
forte», se in lei «non è più dato inverno / né decadenza o forza
né governo / che non sia amore», che senso ha perseguire quel
camminare insieme (insieme, al di là di ogni divisione tra
credenti e non credenti) affinché siano «rovesciati i potenti dai
troni, innalzati gli umili, ricolmati di beni gli affamati e
rimandati a mani vuote i ricchi» (Luca 1, 52-53)? L'immaginetta
convenzionale della madre di Gesù tracciata da Nove fa emergere
chiaramente un pensiero che offusca ogni ricerca terrena del regno
della libertà, un pensiero simpateticamente coincidente con la
teologia ufficiale vaticana. …
E allora la nuova alba – questo «profilo originario della forma
poetica» (sic!) – ci confina nella decadenza. …
E nella decadenza resta la solitudine dell'uomo, la sua
dissoluzione. E l'epoca dei porci, anch'essa resta. E gli apostoli
del capitale restano, rinvigoriti da quel confermare
l'alienazione. Ecco: resta la preistoria dell'umanità, ancora
costretta a feticizzare se stessa nella religione. …
La religione così concepita è un ostacolo. Di fronte al "mistero"
della vita – di fronte all'impossibilità di conoscere il finito –
ci si affida alle credenze, cercando consolazione nella fede
(tutto il Canto I della Maria di Nove è dimostrazione di
questo atteggiamento). Si cercano risposte in un luogo da cui non
possono arrivare risposte. Si inventano illusioni (Freud). Ecco:
la religione è un'invenzione illusoria, un'invenzione che tutto
schiaccia, stravolge, annienta, che disarticola l'umano con la
potenza del Totem-Nulla (è l'oggetto sostitutivo che tiene
incatenato l'esistere). Finché il mondo non fuggirà da questa
«immondizia dello spirito» (Denis Diderot), non ci sarà
"salvezza". …
Restare ciò che si è: questo è il segreto della religione così
intesa. …
Un orrendo strumento di conservazione. …
Servi, dobbiamo restare servi miserabili. Almeno sino alla
putrefazione. E finalmente, dopo aver consumato il rito
dell'omologazione alla Parola (alla sua ideologia), le luci si
spegneranno. Nasconderanno le tracce dell'incantamento che segnala
il sublimarsi della tragedia terrena, il degradarsi
dell'esperienza a farsa mistica, il diffondersi furioso simile a
lava dell'inganno, dell'insensato canto mariano. E altri ancora,
profeti dell'incanto, proveranno a nascondere la storicità della
conversione, la sua prevedibilità. Parleranno di poesia. …
Di una poesia che torna indietro, però. Che conclude con un gesto
perentorio ogni ricerca. Che annichilisce ogni possibilità di fare
cortocircuitare linguaggi e sensi comuni. Che nella frenesia del
recupero di una forma anteriore chiude ogni dinamica "altra". Che
torna – che novità! – all'unità ammaliante di significato e
significante braccando e divorando in un sol boccone lo sguardo
distaccato e ironico e critico dello straniamento, cioè di una
delle essenza dell'arte novecentesca. Che insomma ricicla
ciò-che-era bloccando ogni ciò-che-sarà. Uno spettacolo insulso. …
Un poema ideologico, Maria.
Veicola una visione del mondo «assurda» e allo stesso tempo
soffoca ogni verità scettica, eretica, gnostica, atea. E veicola
un'idea di poesia come «bellezza sacra», dove la denuncia del
presente si compie recuperando esteticamente il feticcio
dell'aura. Un poema che torna indietro, davvero. …
Un poema che è un miscuglio di preghiere puerili e di attitudine
all'acquiescenza. Un poema che idealizza la sofferenza umana nella
piacevolezza delle rime colme di sentimentalismo appagante. Che
rompe con i malefici della storia proprio per come li richiama.
Finché la poesia appaga l'anima, non bastano quattro versi
à-là-Rodari per esorcizzare il marcio del reale («e cambia le
parole della terra, / e chiama pace l'infinita guerra // che il
suo cammino riempie di bandiere / di ogni colore eppure tutte
nere»). Non bastano perché, idealizzandolo a simulacro da
rifiutare abbracciando l'amore della «madre di tutto il creato»,
lo allontanano. Quando è il tono alto e luminoso a fare la poesia,
quando la poesia è affidata al canto consolante di nuovo discepolo
mariano, niente spinge a uscire dalla adorazione estasiata. La
sfida irriducibile contro ciò che ci rende servi delle cose è
spenta in una invocazione sterile. Parole mielose che perseverano
nella perversione delle credenze infantili. Umanità bambina.
Preistoria dell'umanità. …
Poesia priva di verità (di verità verificabile, non di quella
teologica). Poesia dunque di tenebra, malgrado la luce esibita. …
Poesia dell'abbaglio. Dilettevole abbaglio mistico. …
Poesia dell'inerzia umana. …
Della salvazione. …
Poesia-terapia. …
La solita stupida fiducia nelle possibilità della parola – della
Parola! – di salvare il mondo. …
Nessuno scandalo, davvero. Nessuno stupore. Solo radicale
contrarietà. …
Umana e razionale contrarietà. E politica – e poetica –
perplessità. …
Me ne resto lontano da questo equivoco. …
Fuori dal paradiso.
→ L'ALTRO
SONO IO (versione completa, file Pdf, 256 kb)
[Indice Opere di Nevio Gambula]
