L'OBLIO SOL BRAMO

«a qualcuno che è morto dimenticato / in altri luoghi, lontano, oppure qui»
Valore che si valorizza, valore a me straniero, sei la mia dannazione; ma: questo corpo deve valorizzarsi, vacillando deve – ed è il punto da cui parto (qui è la mia fine) – non me ne vanto e affogo nel calcolo (se valgo vivo), là dove x = c + (v + ^ v) vale la mia dissoluzione, la mia trasformazione in valuta, la mia alienazione definitiva, ma – valente contraddizione! – può anche essere il varo della mia ribellione.
Tutto è vano. Anche questo libro. Nella sua spinta verso la pubblicazione, diciamo nel suo tentativo disperato di rendere pubblico il suo dolore, l'autore è vittima della sua stessa necessità, vale a dire della necessità di compiere il misfatto e patirne le conseguenze. E così il primo dei suoi problemi è attribuire a questa fatica la dignità di raccolta compiuta, affinché la lusinga bugiarda sopravviva al tempo e al gran flutto della dimenticanza. Del resto è questa l'ambizione di ogni autore.
Tutto è vano, dunque, anche il vezzo esibizionista di voler anteporre ai testi il proprio nome. Nevio Gàmbula non esiste. Può sembrare strano che lo si indichi nato realmente in aprile nell'isola di Sardegna, e addirittura lo stesso giorno e anno d'un attore realmente esistente, ma, a dispetto di ogni anagrafe, lui è soltanto un esercizio letterario e i suoi versi risuonano come una posa. La verità dell'autore – la verità? – è dissimulata nell'immagine illusoria di se stesso. Una posa goliardica.
Presso i Sardi la goliardia è sempre tragica. Per glorificare se stessi gli occorre trasfigurarsi sprofondando in abissi di sangue. Per un sardo, l'unica poesia possibile è la propria morte, la bellezza della morte, la totale vittoria della propria sparizione – eccitata sparizione – nella bellezza singolare della terra originaria. Il sardo, anche se disperato, ha un'unica ragione di vita: tornare ai profumi della macchia mediterranea, trasfigurato definitivamente dall'impasto delizioso di granito e mare. Solo così lo sradicamento subito – l'espropriazione incresciosa da se stessi nell'emigrazione – può avere la giusta vendetta. L'unica poesia possibile, allora, almeno qui, è la poesia mortificata e lussuriosa d'una terra d'argilla e querce e cinghiali; unica poesia è quella che insiste sulla poesia stessa e sul suo furioso stravolgimento. Una poesia che non feconda altro che se stessa.
Tutto è vano, dicevamo; e il mondo? Il mondo è senza significato. In questa radicale assenza di meta, in questa assoluta casualità e mancanza di equilibrio, ogni poesia è soltanto abbaglio. E l'impulso di trascendere se stessi prendendo per mano ognuno, facendosi per così dire molti in uno, è sforzo patetico, giuoco cieco che conduce ad un orrore senza speranza, ad una perenne sconfitta, ad un effetto di spossamento totale, alla sparizione di se stessi in un nulla di fatto. Ma è qui decisivo lo stimolo a procedere comunque, affermando se stessi nelle combinazioni di parole per dirsi sottovoce che scrivere è vanità, è solo un modo di disattendere la vita. Non c'è salvezza o liberazione, e Nevio Gàmbula lo sa bene. Ogni poesia è davvero abbaglio.
Sullo sfondo di questo libro c'è il mare e il riso sardonico ed esaltato dell'ariete e il suo incedere precario tra le pietre, fiero e stanco c'è l'ariete che discende un territorio devastato da istanze di terrore e guadagno e che ha perduto ogni coscienza visionaria. È un gesto luttuoso, questo libro; il gesto definitivo di quel corifeo di niente chiamato convenzionalmente autore. Questo libro è concepito come un sistema fondato sulla dispersione delle forme e dei generi. Esiste, infatti, tra queste pagine, un ritmo che sfugge alla stretta delle catalogazioni poliziesche, un ritmo che non risponde ad alcuna aspettativa, dove le parole vibrano in conflitto con se stesse: nel libro le parole scivolano al di fuori di ogni finalità. Si scrive per niente e per nessuno.
Questo è un libro ideologico.
→ BRUCIARE IL NOME (versione completa, file pdf, 308 kb)
