IN CORPORE VILI

«Il furore dell'attore assume una forma che nega se stessa man mano che si libera»
A. Artaud
Io sono un attore. Sono, tra tutti gli attori certificati dal Ministero, quello più stravagante. Be', diciamocelo, anche quello più ostile, sì: sono l'incarnazione della negazione. E sono l'attore più politico, in senso figurato e antico, poiché sfrutto al massimo le possibilità ideologiche della scena. Che io sappia, sono anche l'attore più ignorato dalla critica, quello, per intenderci, candidato all'oblio perenne, una specie di macchia nera nella luce del Teatro Nazionale. E molto probabilmente sono anche quello più indigesto, ed è così, è evidente, giacché tutti mi evitano. Il più indigesto e il più sporco (e puzzo di pesce, come Calibano). Sono una grande macchia notturna.
Le parole che seguono, che hanno una particolare risonanza traumatica, si presentano con la qualità della confessione. Si presentano, cioè, quale esposizione, invero poco autorevole, di quell'evento che è stato il massacro del Teatro della Stabilità, e che ritengo giusto divulgare, anche a fronte di questa opportunità scenica. Questa sarà una storia di sangue. Una storia che non vi divertirà.
Mi sia consentito, almeno al principio, dire che, nelle due
direzioni in cui questa storia si muove, teatrale e politica, sembra
al sottoscritto, qualunque sia il grado di credibilità che saprà
raggiungere, di essere stato l'artefice di uno spettacolo esaltante,
rapsodico, se così posso esprimermi, dilettante e inattuale e, dirò
(come ridendo), anche sfrontato, irrispettoso quale si conviene,
forse, a chi abbia deciso di umiliare i propri colleghi e la propria
arte. Per godimento – sì, per il puro piacere di farlo –, infrango,
in questa scena, gli spettacoli trascorsi e presenti, e anche quelli
futuri (senza nessuna indulgenza, è ovvio), con un gesto di grande e
divertita negatività. Io sono quello che si oppone. Che si oppone,
sì. Sono ossessionato dal rifiuto. Volendo dirla tutta, ciò che
scrivo è una protesta contro ciò che è, ed è un tentativo di dire
ciò che è taciuto, di rivelare un'esperienza inquietante, corrotta
e, allo stesso tempo, sublime. Quindi: sono proprio, tra gli attori,
quello più cattivo (e anche il più stronzo, dai).
Per cominciare, mi sia permesso dire il mio nome.
Signori, io sono Nevio Gàmbula. Sì, sono Nevio Gàmbula. Ma non
abbiate timore: rinuncio fin da subito alla mia biografia. Questa
storia non è fondata sulla mia vicenda personale. Certi autori, in
vita e in morte, sono noiosi, come tutti i narcisi, perché non
conoscono il piacere di farsi da parte. Io sono un'altra cosa da me
stesso. Per questo, state tranquilli: sono incapace di una parola,
di una scrittura, di una recitazione, che narri fatti privati. Ecco,
la mia intenzione è di costruire una macchina speciale, di procedere
verso la totalità, inventando alla fine un'esperienza universale.
Quest'opera è fondata, insomma, sulla ricerca dell'autre: non mi
dico, semplicemente cerco uno sbocco, cerco uno sguardo illuminante
nel grigiore dei labirinti umani.
Il mio secondo nome è Lucifero. Quando nacqui, nacqui privo d'ogni
armonia, grezzo nell'aspetto e nel grido. Fu mio padre che impose
all'omino dell'anagrafe questo secondo nome così impegnativo, lo
'mperador del doloroso regno, isolato nella sua irriducibile
solitudine, con un chiaro rimando al poema dantesco. Nel mio caso,
il nome in questione era un tentativo di rendere evidente lo scarto
tra le aspettative di mia madre, donna religiosa, a cui si deve la
scelta del primo nome (Nevio, candido come la neve, puro nella sua
essenza), e quelle, per l'appunto, di mio padre, d'altra parte
amante della conflittualità: l'intenzione era proprio di indicare,
attraverso il secondo nome, una materialità subumana, separata dalla
totalità sociale, insomma una resistenza. Di qui il complesso delle
contraddizioni, oppure la somma degli equivoci, ma anche la palude
dei desideri di grandiosità e i fallimenti d'ogni progetto positivo.
Il mio secondo nome, sia per i suoi rimandi infernici, sia perché
non appartiene al mondo dei convenevoli, si distingue per una
tonalità gracchiante, per così dire (puntini di sospensione, con
piccolo ghigno) demoniaca. È un seme di anormalità.
Questo, insomma, sono io: un attore straordinario (e, devo confessarlo, sono proprio bello). Sono l'eterno ribelle, sempre fuori dei sentieri tracciati. Sono il nemico surreale, l'enigma differente, il rigetto postumo e maniacale. Sono l'insubordinazione senza pezze d'appoggio. Sono il figlio dei padri d'antica saggezza, le cui domande m'incalzano sempre più da vicino – sono quello che non ne dimentica il tumulto. Sono la lama tagliente, l'abissale minaccia, la lucida e penetrante meditazione. La mia impresa ha fecondato tutto il teatro contemporaneo, e non solo il teatro. Sono la valutazione dell'epoca. Vivo appartato e non protetto. Ho letto, in questi giorni, un articolo in cui sono presentato come continuo dépassement di me stesso – che è come dire che sono pazzo. Utopico, dunque, nel considerare l'opera un esercizio che cerca il suo senso non esaurendosi nel successo: ci sono opere che riconoscono se stesse attraverso un negativo – e salutare – fallimento. Sono sogno e azione. Sono l'inconscio che non è stato invitato. Un pericolo estremo, che vacilla; una mente lucida, al ceppo; un poeta senza esercito, messo al bando; uno spirito barbaro, sebbene animale; un'idea guida, metafisica nelle premesse; non ho incarichi, non ho obblighi o adempienze, non ho alternative e sono iscritto alla vostra stessa realtà. Situato nelle viscere della terra come nella fossa putrida, e legato alle sollevazioni e alle rivolte, sono la talpa costretta ad aprirsi un varco nei sotterranei immensi e sinistri: svavo e mi anniento. Non sono elevazione ma escavazione. Sono la mia degradazione. La verità, però, è che sono solo un attore – un attore omicida, non uno qualsiasi: quello che ha compiuto la strage al Teatro della Stabilità.
→ BRUCIARE
IL NOME (versione completa, file pdf, 308 kb)
