LA CAOSMOGONIA DI NANNI BALESTRINI
Nanni Balestrini ribadisce, con la sua Caosmogonia (Mondadori, 2010), che la poesia non è innocente: quando
il poeta compie una scelta sul linguaggio rende palese il proprio
modo di intendere il mondo. D'altra parte, Balestrini non fa che
confermare la caratterizzazione immediatamente politica della
disposizione dei segni. Ma l'operazione di Balestrini va oltre,
spingendosi fino a rimettere in gioco la prospettiva tipica
dell'arte d'avanguardia, dove il momento estetico e quello politico
si compenetrano uno nell'altro. L'ultima parte della raccolta,
infatti, significativamente intitolata Istruzioni preliminari,
esplicita il programma di una scrittura materialista e, allo stesso
tempo, la sua coincidenza con «una prospettiva rivoluzionaria» che
trascende l'opera. È evidente che l'ambito teorico al quale si
riferisce Balestrini è il marxismo. Per lui la «disperazione
mortuaria» che isola il poeta dentro la sua stessa produzione non ha
senso: è solo un modo di mettere i sigilli alla «violenza che
stravolge la quotidianità». Oggi è tempo di riprendere a praticare
una scrittura consapevole della sua relazione con la «realtà caotica
ostile immensa»; è tempo di riprendere in mano il sogno di una
cosa.
Giustamente Balestrini si pone il problema di quale sia il modo
migliore di mettere in tensione la struttura poetica con la realtà
del dominio; il problema, cioè, di come non subordinare la poesia
alle norme alienate e standardizzate del linguaggio comune. Le sue
risposte non sono nuove, anzi perseguono con coerenza quella violazione del modello lineare con cui, da sempre, Balestrini
«agisce sulle strutture del linguaggio fino a provocare una nuova
emergenza del senso» (Fausto Curi, Metodo Storia Strutture,
Paravia 1971). Si tratta, ancora una volta, di rompere con ciò che
porta consenso allo stato delle cose, rifiutandone le modalità
discorsive che ne permettono la riproduzione. Il primo passo è la
dissoluzione dei legami formali: tendere a una «forma liberata dalla
palude delle sintassi». Vale a dire che ciò che è proprio del
linguaggio poetico è lo scarto irriducibile tra la
comunicazione ordinaria, che disloca le sue parti per alimentare ciò
che la rende falsa e violenta, e la negazione dell'armonia. Esso
diventa così un gesto di contrarietà: «rendere partecipe il lettore
azzerando il linguaggio / contro l'abuso la convenzione lo
svuotamento di senso».
La poesia, dunque, per Balestrini è una sorta di caos organizzato.
Il poeta non coagula le parti, dando compattezza a ciò che nasce e
si presenta nella sua intima caoticità: il poeta, al contrario, «sfa
per dire». E insomma la poesia si pone al di là della pretesa
poliziesca di mettere ordine; mantiene, programmaticamente,
l'omologia tra il caos del reale e la struttura poetica: «piccoli
pezzi senza» (ma anche «impazziti coriandoli» e «instabili figure»).
La sintassi perde coerenza, si fa energia primordiale e ricrea –
scientificamente, verrebbe da dire – il caos alogico del mondo.
L'immagine è «creata con segni irrazionali» e la connessione tra le
diverse immagini sfugge a un'organizzazione gerarchica dei
materiali: «registrazioni distorte / scempio dell'immagine / il
percorso di un acrobata su una fune tesa».
Ora, pur ribadendo che la poesia non è un sistema di significati,
Balestrini resta fedele all'impulso di «catturare la realtà». Come
lo fa? Scegliendo di «spezzare l'articolazione». Non a caso il primo
componimento è dedicato a Francis Bacon, fautore di un'arte
anti-rappresentativa. Per «ricreare la violenza della realtà» non
serve «limitarsi a una semplice illustrazione»: la struttura poetica
– «altamente artificiale / eppure molto più reale» – deve essere
fatta esplodere affinché si rompa con la consonanza consolatoria
della letteratura. Ripensare «il realismo», allora, che è una parte
fondamentale del programma di scrittura materialistica, equivale a
fondare una scrittura diversa da quella praticata oggi, dove tutto
scorre ben levigato e lineare. Bisogna imparare, sembra dirci
Balestrini con questa sua nuova opera poetica, a praticare una
scrittura poco incline alla prevedibilità.
Poiché, nell'opera, il reale è problematizzato a partire dal
linguaggio, il realismo da reinventare presuppone non più il
concetto canonico del riflesso o del ricalco del reale, quanto
piuttosto la consapevolezza della propria presenza nella realtà
della storia. E presuppone – immaginiamo – il rifiuto di una
scrittura che si pieghi alla "cronaca"; un realismo, quindi, poco
incline all'interventismo poetico nell'immediato o alla denuncia in
versi. Alla lettura di questa raccolta, pare infatti che Balestrini
confermi la necessità, per la scrittura materialista, di fare
deragliare il senso, costringendolo ad enuclearsi tra la chiarità
dei costrutti e le défaillances: al di là di ogni pretesa
autonomia e di ogni linearità consolante. Un realismo che mostra,
raccontando, l'impossibilità di un racconto preciso: «confuso
incoerente volutamente bislacco».
Proprio nella difficoltà del linguaggio di fare compiutamente
proprio il reale risiede la possibilità di azione visionaria della
poesia, visto che essa può talvolta giungere a suggerire risvolti
nuovi o inattesi nel «dire» la verità del tempo. D'altra parte,
l'infondatezza è la condizione stessa del mondo e, conseguentemente,
delle costruzioni linguistiche che vi si approcciano. «La nostra
urgenza di ordine – scrive Balestrini – si annulla / in un
reticolato di possibilità infinite». Il realismo mimetico è davvero
impossibile. Si possono solo fare ipotesi, ossia sperimentare «un
continuo flusso di probabilità»: «tutto si ramifica si scompone si
mescola / proviamo ogni volta con parole diverse / nessuna ricerca
di risposte assolute / poiché ogni sviluppo è segnato dalla
discontinuità».
Direi che è proprio qui, in questo realismo da ripensare (e in
realtà ripensato nell'atto stesso dell'opera), che si può scorgere
la dipendenza reciproca tra le dimensioni dell'esterno (la realtà) e
dell'interno (la poesia in se stessa) come la vera essenza della
scrittura poetica. È vuoto estetismo stare solo sui significanti, ed
è idiota pensare alla scrittura come una messa in forma di
significati. La migliore letteratura, in fondo, nelle sue mille e
più declinazioni, ha sempre ceduto l'iniziativa alle parole,
facendole sgorgare al di là della mera volontà di rappresentare
l'esterno, senza però mai dimenticarlo, anzi decisamente ponendosi
in chiave critico-dubitativa rispetto al guasto del mondo. In questa Caosmogonia, dove appunto Balestrini forza la lingua oltre
le convenzioni, e in particolare oltre la linearità e la leggibilità
immediata, la poesia non si fa distacco o, peggio, insensibilità
rispetto allo stato delle cose; si fa non innocente, come
gesto dissonante.
→ L'ALTRO SONO IO (versione completa, file Pdf, 256 kb)
