LA CITTA' DI BRECHT
Canto: Raffaella Benetti
Recitazione: Nevio Gàmbula
Canzoni da:
Kurt Weill, Hanns Eisler, Paul Dessau, tradotte e arrangiate da Raffaella Benetti
Frammenti di testi da:
Bertolt Brecht, Samuel Beckett, Karl Kraus, Karl Marx, Dante, Stormy
Six, Kostantino Kavafis, Giorgio Manganelli, William Shakespeare,
Walter Whitman, Heiner Müller, Walter Benjamin, Victor Serge montati drammaturgicamente da Nevio Gàmbula
La città di Brecht è una
suite per voce recitante, canto e tenebre preistoriche. La solista è
un angelo nero. Innalza la sua voce tra sirene d'allarme e case in
rovina, come resistendo agli innumerevoli orrori col canto. Poi c'è
l'attore, che sta tentando di aprire un dialogo con lo stuolo di
morti che fanno la polvere della città. Anche lui resistendo, e
imprecando al buio. La terza presenza è Bertolt Brecht. Rimbalza
come un eco sulla scena, figura rimossa che vuole essere ancora
necessaria. Ora si impossessa della voce della solista, ora è la
cifra segreta della recitazione dell'attore. La solista si lascia
prendere dalle canzoni di Brecht, ne ripete le note, facendone
rivivere sulla scena la passione. L'attore si lascia andare al
racconto di una storia che di Brecht conserva il ricordo, e
costruita con frammenti di autori a Brecht in qualche modo legati.
Mentre l'attore coglie, con la sua parola ebbra, il vuoto del reale,
la solista scava musicalmente il silenzio. La segreta affinità tra
di loro, che è poi la stessa che esiste tra arte e morte, trova
espressione in una pièce fondata essenzialmente sull'inquietudine
della voce.
Questa è infatti una suite tutta da ascoltare, che si svolge per l'orecchio più che per l'occhio. Paradossale, forse, e tanto più oggi, in tempi di dominio dell'immagine. In tempi, cioè, dove lo sguardo non vede altro che se stesso; in cui ogni visione è appiattita sullo schermo, e dunque veicola una coscienza deformante della realtà. La voce va oltre lo sguardo. Svela, più che nascondere. E mette in contatto, avvicina, rende concreto l'incontro tra scena e platea. La presenza fisica della voce fa vibrare il desiderio di una libertà senza freni. Perché la voce esalta il corpo, lo spinge ad oltrepassare i limiti delle convenzioni, a far risuonare nuove profezie. Allora questo poema orale è un grido nel deserto del disessere.
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