Vocazione

Lavoro in solitudine, tutti i giorni; nel mio spazio privato, ai bordi della storia. Lavoro cercando di affinare la mia tecnica, la mia estetica, la mia politica. Plasmo il mio teatro, lontano dalle coordinate dell’epoca; e plasmo le mie maschere, per aggredire un’epoca che non mi convince. Lo faccio da sempre, fin dal primo momento che decisi di stare dentro quest’arte così effimera; da sempre. C’è stato un tempo, non tanti anni fa, che coltivavo la speranza di diventare “celebre”; poi, complice anche la stanchezza, ho smesso di distribuire i miei lavori; ho alimentato, per così dire, la mia vocazione alla marginalità. Senza rammarico; e senza lamenti. Talvolta subisco il fascino dell’abbandono: vorrei chiudere per sempre, staccarmi una volta per tutte dal teatro – dedicarmi ai figli, ai viaggi, alla scrittura, alla filosofia; talvolta vorrei sacrificare quanto, in me, spinge a fare i conti col vuoto della scena e vorrei smettere di indossare maschere o inventare allegorie. Il vuoto della scena, però, continua ad attrarmi, e allora insisto: faccio risuonare in esso la mia voglia di esistere in quanto attore. Appartengo a quel vuoto; e ci appartengo al di là delle difficoltà – appartengo a quell’abisso, a quella caverna, a quel buio, al di là di ogni impedimento. Attraverso l’arte effimera della recitazione, fatta di voce e energia (e di delirio e di rivolta, e di desiderio e di trasfigurazione), sfido la forza centrifuga che mi allontana da quel vuoto; e in esso compongo i miei gesti viscerali e oscuri. Studio, studio tanto: le tradizioni e le sovversioni. E invento, prefiguro tensioni sceniche, infinite variazioni dello stesso tema: la recitazione come alterità in azione. Non ho un repertorio vero e proprio; lo vario a seconda del mio “umore”; d’altra parte, non avendo alcun obbligo contrattuale posso giocare con me stesso nei modi che preferisco. Con l’opera dello scorso anno, In corpore vili, ho chiuso un ciclo. Sulla scena un pagliaccio dialogava con i fantasmi dei personaggi che ho amato, da Riccardo III a Macbeth, da Pentesilea a Erodiade … In quell’opera erano rappresentate tutte le mie ossessioni in tema di Crudeltà, Allegoria, Grottesco. Poi ho cercato un’altra strada. Con calma, con i tempi lenti che mi sono propri (ho interiorizzato «l’ora cubana», quel dilatarsi dell’azione che privilegia l’ozio alla frenesia, sempre accompagnato da uno sguardo sul mare e un bicchiere di rum) – con calma, dicevo, ho sposato il progetto di Theatès, una nuova compagnia nata da attori, musicisti e cantanti, con cui ho realizzato il melologo su Majakovskij e lo spettacolo sull’Antigone di Brecht; e con cui mi accingo a cominciare una versione delle Baccanti di Euripide. Sto anche lavorando a una trilogia della voce e del furore, dal titolo Flatus Vocis: una strada nuova, tutta incentrata sulla vocalità e sulla poesia. Della trilogia fanno parte l’opera sui testi di Mahmud Darwish (Il custode del fuoco), la nuova versione del mio monologo di Calibano (De profundis), entrambe per voce sola ed elettronica, e Requiem di Lear, per voci recitanti, canto ed elettronica. Sempre al di fuori della dialettica di successo e fallimento, ormai convinto che la dimensione che più mi appartiene è quella della non appartenenza.