Un canto selvaggio

È attraverso il teatro che verifico me stesso. Attraverso il lavoro quotidiano su testi, teorie e pratiche posso scoprire un senso nuovo e sperimentare nuove relazioni, cioè formare una mia particolare visione del mondo. Il teatro è, per me, il luogo dove il corpo affronta il mutismo del mondo: non per inventare liturgie comunitarie, di solito accomodanti, bensì per mettere in crisi la mia propria identità, per deformare me stesso e ridefinirmi diverso. Se, come scriveva Heiner Muller, la rivolta è il primo passo «per la definizione di un’altra identità», il teatro non può che essere il luogo della rivolta. Della rivolta contro le identità imposte, e dunque contro le convenzioni, anche teatrali, e della rivolta contro se stessi. Il luogo di un’identità che si scopre nel momento stesso in cui si nasconde. D’altronde, il teatro è il luogo dove avviene il confronto tra due identità costituite, quella dell’attore e quella del personaggio; e il risultato di questo confronto non può che essere quello di un’identità costituente. Si tratta, per quanto mi riguarda, di allenarmi tutti i giorni per affinare questo processo di conoscenza. La lettura di un libro, sia esso poetico o di filosofia, non è disgiunto dalle ore giornaliere che dedico all’esercizio della logica o all’articolazione vocale e alla recitazione. Il processo è il medesimo, così come è identica la volontà di far risuonare la parola spingendola al di fuori dei recinti dell’esistente. Il teatro è il luogo dove si definisce il mio altrove, che è sempre, direi costitutivamente, un altrove che appartiene anche ad altri.

La mia scrittura scenica – come penso e pratico il teatro – è orientata su una serie di figure ricorrenti (grottesco, allegoria, crudeltà), con una predilizione per l’emissione vocale aspra e fortemente segnata dal desiderio di trascendere l’esistente. Piacere dell’eccesso, del dispendio gratuito di energia, della trasfigurazione, della poesia come tumulto: questi sono alcuni elementi che caratterizzano la mia visione del teatro e della recitazione. Perseguo la frizione; ricerco il distacco, ciò che stride, il delirio, la crepa, la dissonanza, le schegge acuminate: sul filo di una partitura ritmica irregolare e che richiama l’oralità epica e la vitalità dell’avanguardia e le astuzie dello schiavo che vuole sfuggire alla frusta. Direi che prediligo la lingua del furore selvaggio e della negazione: la lingua di chi, imparando a parlare, non può fare a meno di maledire. Calibano è il personaggio ideale: il suo mondo animalesco e mitico, il suo grido pieno di rabbia e di musica, il suo gesto irriverente e sincopato, permettono la messa a fuoco di una recitazione che è un’aspra orazione libertaria.

Di recente avevo cominciato a riscrivere quella che è stata, per anni, l’opera più rappresentativa del mio repertorio: La lingua recisa. L’esigenza era quella di impostare nel migliore dei modi possibile la trilogia Flatus Vocis (trilogia della voce e del furore), interamente dedicata al rapporto tra l’esecuzione vocale e la poesia. Come primo momento della trilogia avevo inizialmente inserito l’opera Il custode del fuoco, su testi del poeta palestinese Mahmud Darwish, mentre come terzo movimento avevo elaborato il Requiem di Lear, per voce recitante, canto ed elettronica. Mi mancava un’opera intermedia, un’opera, cioè, ai limiti di una recitazione giocata tutta sul significato e una che cerca di approdare al canto. Dopo una serie di tentativi, sempre pratici (prove su Leopardi, su Dante, su alcuni autori contemporanei), mi sono messo a recitare davanti al microfono il mio vecchio poema, per l’appunto La lingua recisa. Ed ho cominciato a pensarne una nuova versione. De profundis (il canto selvaggio di Calibano) è il risultato di questa operazione di riscrittura.

Uno dei punti centrali di questa che è a tutti gli effetti una nuova opera, e che la distanzia completamente dalla precedente versione, è la presenza della colonna sonora. Oltre che con me stesso, con le parole e il microfono, sulla scena interagisco con suoni che sono il frutto del montaggio di diversi frammenti di opere di musica contemporanea, e di Mika Vainio in particoilare. In questo De profundis, dunque, il desiderio di mettere in voce la parola poetica si interfaccia a musiche e rumori con la volontà di esplorare la sinestesia suono-parola e con l’obiettivo di sottrarre il teatro «al privilegio dell’occhio e ai riti esteriori del teatro borghese». Uno dei riferimenti principali, forse quello più urgente, è il confronto con Antonin Artaud; era forte in me la volontà di raccogliere la sfida che egli rivolge all’attore e sperimentare una recitazione crudele: una recitazione, cioè, dove la «tensione suprema del corpo», quello «slancio vitale» che fa precipitare l’attore in un evento spaventoso e quindi «rigenerante», conduce al definitivo abbandono della regia, nell’unità finalmente realizzata di esecutore e compositore. Il «dispendio vitale dell’attore», insomma, è l’unica strada che può recuperare la forza di un teatro come «cerimonia del corpo e liturgia del senso». Tutto il resto è spettacolo.

Questo De profundis è allora, prima di tutto, un omaggio struggente all’inattualità di Artaud e alla sua idea di attore non pacificato. Nasce cioè da una doppia istanza: dal desiderio di contrarre il respiro sino a fare esplodere la voce in «torturata bellezza» e dalla volontà di fare della recitazione un’interrogazione critica del linguaggio. Mentre accoglie l’eco del conflitto che oppone il mondo di Calibano e quello di Prospero, questo De profundis dà compimento ad un canto selvaggio catturando l’ascoltatore nelle maglie di una vasta, irregolare, frastornante oratio, rotta da improvvisi squarci grotteschi e attenta al virtuosismo fonologico dell’interprete. Il risultato è un poema scenico ricco di rimandi allegorici e aggressivo; un poema privo di cautela e intimamente politico; ed è un’apologia della sovversione. Perché, in fondo, proprio seguendo Artaud, l’attore non può che giocare le sue carte sul tavolo di una trasfigurazione che lo rende libero dalle convenzioni.

 

[Appunti di regia, in progress]