MAJAKOVSKIJ
Un concerto d’addio
 
 
Testo NEVIO GAMBULA
Musiche CIAJKOVSKIJSHOSTAKOVICH
Adattamento SONIA ZARAMELLA
 
Con:
Voce recitante NEVIO GAMBULAFRANCESCA VENERI
Oboe FABRIZIO BALDON
Violoncello ILIR BAKIU
Pianoforte SONIA ZARAMELLA
 

«Sempre più spesso mi chiedo
se non sia meglio mettere il punto
di un proiettile alla mia sorte.
Oggi darò,
in ogni caso,
un concerto d’addio»
Vladimir Majakovskij, Il flauto di vertebre

Vladimir Majakovskij, uno dei poeti più importanti del secolo scorso, ingombrante per le sue idee rivoluzionarie e affascinante per la varietà dei suoi temi, ha costellato la sua lingua di estremi. I suoi poemi sono un viaggio poetico esplosivo. In essi la parola, concitata e carnale, aggredisce il mondo mettendo in tensione drammatica la vita quotidiana con il pensiero politico, il privato con il pubblico, la poesia con la pratica militante. D’altra parte, il fragile equilibrio della sua personalità, sempre prossima alla disperazione, conviveva con l’entusiasmo per la novità e con la volontà di provocare, così come la consapevole partecipazione ai conflitti sociali conviveva con la tendenza al suicidio e con la paura di essere dimenticato. L’opera di Majakovskij è polifonica così come sono tante le anime che abitano la sua persona. 

Majakovskij. Un concerto d’addio è un’opera che punta ad esaltare la complessità umana ed estetica del poeta russo. L’idea drammaturgica è quella di fare interagire i poemi lirici (La nuvola in calzoni, Il flauto di vertebre, Guerra e universo), con i grandi affreschi epici dei poemi successivi alla Rivoluzione d’Ottobre (Di questo, Bene!, A piena voce), per giungere, infine, ai frammenti dedicati alla morte e al suicidio. L’intento è quello di restituire la polifonicità della poesia di Majakovskij, anche facendone risaltare, tramite l’intreccio di recitazione e musica, la teatralità fortemente improntata sulla voce. 

Questo Majakovskij nasce proprio come “concerto”, o meglio trova una sua dimensione nel “melologo”, un’opera dove recitazione e musica, pur mantenendo una loro autonomia, si influenzano a vicenda, accrescendo l’impatto evocativo dell’insieme. Il codice non è quello rappresentativo, dove sono i “personaggi” e il “dramma” ad avere importanza; tutto è riportato alla sua essenza sonora. Non uno spettacolo, dunque; bensì un’opera da ascoltare.

A – In scena …
B – … in scena gli strumenti e quattro leggii, come per l’esecuzione di un quartetto.
A – Vedo un violoncello, un pianoforte e … un oboe?
B – Un oboe, sì.
A – … e un microfono …
B – … per la voce.
A – Ah, ecco, ci sono, una specie di concerto.
B – Un concerto, proprio.
A – Jazz?
B – Un melologo. Musica e recitazione insieme.
A – Melologo? Interessante. Dunque, se ho capito bene, una specie di teatro musicale. Giusto?
B – Un concerto per tre strumenti e voce recitante, a cui si aggiunge – vedi quella sedia laggiù? – ecco, un’attrice.
A – Con poca azione scenica, direi.
B – Quasi nulla. Ma potrebbe muoversi – perché no? – l’attrice.
A – Una sospensione, o una stasi.
B – Al contrario. Suono, molto suono. La passione perfettamente sonorizzata, e la poesia. La poesia è un gesto sonoro – ecco la parola giusta. Un gesto dinamico, ritmo e storia.
A – Ma la passione, la passione – come hai detto tu – perfettamente sonorizzata, ha un messaggio?
B – Ah, tu vuoi capire.
A – Intendevo dire – una morale, un’idea, un discorso.
B – Sei fuori strada. Cerco di spiegarmi. Musica e parole si alimentano a vicenda, modellando una forma fatta di ritmo, di temi, di senso. E i musicisti, così come gli attori, si avvalgono di tecniche e di procedimenti. Il risultato si nutre di dolore – un «dolore politico e letterario» – di pensiero, e persino di un’etica. Un melologo è un’opera d’arte – «un ritmo vorticoso di immagini, suoni e pensieri». Permettimi: niente comunicazione.
A – Bene. Il significato – per così dire – è nella struttura.
B – È nella dinamica di interazione tra testo e voce, tra voce e strumenti, tra strumenti e note, e persino tra i corpi degli interpreti – e tra questi elementi e il contesto culturale. Solo tenendo conto di ciò, puoi capire.
A – Il testo?
B – È di Majakovskij. Un montaggio di brani, dai suoi poemi.
A – Molto – come dire? – molto caratterizzato. Anzi, a ben vedere, un’indicazione netta di punto di vista. Majakovskij è un poeta radicale, è chiaro – politicamente e artisticamente radicale.
B – Un punto fermo, per me. Un modello. Un semplice, fecondo, nutriente modello di dialettica tra linguaggio e ideologia. Proprio così: la poesia è in tensione con la storia – è un gesto politico. C’è il fascino per le forme estreme – e c’è la misura della critica. C’è una «sofferenza politica e civile» – e c’è l’esuberanza della lingua. A piena voce. E nessun nascondimento.
A – Viste le premesse, facile immaginare una declamazione spigolosa, aggressiva – disturbante?
B – Disturbante, non so. Non c’è questo intento. Nessuna volontà di molestare, no davvero. Al limite, turbare incantando – o sbalordire coinvolgendo.
A – E dunque, la voce?
B – Ribadisco questo: che, in fondo, la recitazione sfrutterà al meglio le possibilità della voce.
A – La voce come spettacolo di sé.
B – Non solo, però. La resa sonora del testo non annulla i valori concettuali. Equilibrio – e reciproco influenzarsi.
A – Dimmi delle musiche.
B – Shostakovich, epos e storia – e Ciajkovskij, disagio esistenziale e morte. Ecco, il nucleo portante dell’esperienza – di vita e poetica – di Majakovskij si esprime nella scelta delle musiche. Si comincia col prologo – viscerale, carnale, epico – della Hamlet Suite di Shostakovich e si finisce con l’andante funebre dello String Quartet n° 3 di Ciajkovskij. Come nei versi, le musiche miscelano, non senza contrasto, temi e movenze, in una tensione di reciproca esaltazione.
A – Un lucido e disperato poema musicale.
B – Un melologo, null’altro.