L’ascolto come atto militante


Signori,

sono felice di potervi sottoporre all’attenzione la mia personale playlist. La sua elaborazione ha richiesto molti anni: di disco in disco, di concerto in concerto, il piacere sottile dell’ascolto mi ha spinto verso una quantità incredibile di suoni e di ritmi. È stata l’unica vera mia ossessione: ascoltare, ascoltare, ascoltare … Il mio corpo esigeva una musica.

Vengo da una condizione dove la musica era un lusso. In casa, l’unico disco disponibile era la colonna sonora di Zorba il greco, di Mikis Theodorakis; c’erano anche alcune audio-cassette di Maria Carta e di ballo sardo. Mio padre, operaio Fiat, tra le pause del lavo-ro ascoltava le musiche della tradizione sarda; mia madre, invece, come la maggior parte delle casalinghe, si limitava a quelle trasmes-se dalla radio. Le prime mi annoiavano, alle seconde non avevo al-ternativa: Gigliola Cinguetti, Claudio Villa, Bobby Solo, Raffaella Carrà, Ricchi e Poveri, Santo e California, Equipe 84, Iva Zanicchi … Tra i proletari la musica si manifesta nella sua povertà: è il sotto-fondo per eccellenza, la distrazione che ti conquista sublimando la propria standardizzazione. I proletari sono privati della musica. A loro è riservato un ascolto passivo, una sorta di “messa in scacco” della percezione. Non è il soggetto a gravitare intorno alla musica, è piuttosto la musica a suonare il soggetto: la musica è la “miserabile gloria” dell’esclusione. Quali altre musiche esistevano? Al proletario non è dato saperlo. La musica era un lusso.

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Playlist. L’ascolto come atto militante – 2011 (File Pdf, 1,1 MB)