De profundis

Il canto selvaggio di Calibano

Testo, regia, colonna sonora e interpretazione: Nevio Gambula

Presentazione

Questo De profundis si articola intorno a elementi che hanno matrici diversissime. Da un lato, il filo conduttore della pièce è la condizione di sconfitto vissuta da Calibano, lo schiavo deforme che anima La tempesta di Shakespeare, il quale, privato della sua isola, aveva invano tentato di ribellarsi al dominio di Prospero; dall’altro, l’attore veste i panni della maschera forse più rappresentativa di quel grande carnevale tragico che si svolge in Sardegna, il mamuthone. Mentre la scelta di Calibano disegna la pièce come allegoria della «caduta nel fango» di chi, dopo aver lottato, è costretto alla disfatta, la scelta di vestire i panni del mamuthone le dà valenza di un rito, di una lunga danza ritmata che riporta alle radici del teatro, confermando quella ipotesi di lavoro che vede il teatro come convocazione di una comunità davanti ai propri dubbi e il corpo dell’attore l’unica scena possibile. Lo spettacolo è insomma una sorta di nero poema epico costruito ricorrendo a una miscela esplosiva di invenzioni vocali e di temi narrativi, dove l’attore, con la sua scrittura del corpo, smuove ritmicamente il linguaggio, costringe le parole a farsi musica, cercando di alludere, con la propria alterità, ad un’altra dimensione umana.

De profundis (il canto selvaggio di Calibano), composta in prima istanza nel 2000, e qui rivista completamente, è la prima parte della trilogia Flatus Vocis, comprendente anche le opere Il custode del fuoco, su testi del poeta palestinese Mahmud Darwish, e Requiem di Lear, per voce recitante, canto ed elettronica. La trilogia si presenta all’insegna della vocalità, come un lavoro che indaga la dimensione performativa della parola poetica, tra recitazione e canto. Questo progetto, il cui sottotitolo è Trilogia della voce e del furore, si pone sulla linea di quelle esperienze di teatro musicale dove la dimensione visiva cede il passo a quella sonora. Il punto di riferimento di Flatus Vocis non sono dunque i personaggi, le scenografie, le immagini, bensì il suono, inteso come dimensione dove le parole si incrociano con la voce, con l’elaborazione elettronica, con la melodia, con il rumore. Pur nella diversità di ogni singolo momento della trilogia, si tratta di un lavoro su una vocalità in grado di far risaltare il momento del significato senza abbandonare però la tentazione di approdare al canto. De profundis si muove all’interno di questa linea, dove il desiderio di mettere in voce la parola si evidenzia in una scena composta secondo criteri musicali e desiderosa di farsi poesia.

In vocis malevola
In principio era dunque Calibano e Calibano era chiuso in una grotta, metafora di una sconfitta. Regnava Prospero, e tutti parlavano la sua lingua, la lingua del comando e del pettegolezzo. Anche Calibano parlava quella lingua, una lingua non sua: una lingua che però usava per dire la sua verità, superba e lacerata – inascoltata. Il tempo conferma la reclusione, nell’abbandono, nella dimenticanza, nell’oblìo; e nel tempo presente Calibano è ancora lì, dentro quella grotta buia, con voce sempre più fioca e rauca. E le sue parole, un tempo parole di godimento e di sberleffo, rimbalzano nelle pareti della grotta esauste e nevrotiche, ora più che mai inutili. Ma Calibano, nell’abbandono, nell’afasia, grida ugualmente: con spigolosità impotente grida la sua rabbia, la sua bestemmia contro Prospero, la sua perdizione. Se prima, al principio della reclusione, il tema era la sconfitta, ora è il grido stesso. La lingua risuona come una lingua di «torturata bellezza», svelando tutto il supplizio di Calibano. Ora la voce rotta di Calibano tenta di farsi canto: ma senza perdere il ghigno e il ringhio; dunque un canto selvaggio, rozzo e primitivo, irregolare, rotto da improvvisi slanci grotteschi. Tutto il supplizio di Calibano è nella sua voce; è in quella voce mai rassegnata alla comunicazione con cui Calibano getta se stesso contro le pareti della roccia; è in quella voce che sgorga, simile a una scintilla, come furia e come dolore – è in quella voce che grida la sua stessa ferita, nell’abbandono, nella reclusione, nel tragico silenzio. L’orrore più grande è non avere ascoltatori; si dice senza fare paura, senza applausi – nel deserto si può solo delirare in solitudine. Ma nel deserto, in quell’esilio forzato, nel distacco da tutto e da tutti, si può dire, ancora, e dire sempre di nuovo se stessi. Ora, nel tempo nuovo di Calibano, può esserci ancora una parola che resiste alle sabbie e che, anche se tremante, e inceppata ogni velleità di rivolta, esibisca il suo esserci al mondo – l’esserci nel pasticcio del linguaggio e nella vertigine della storia. E così Calibano si esibisce – porta se stesso sulla soglia della grotta e grida la sua separazione dal mondo. Da quella soglia schizza ora, come un rumore o uno scarto, il furore selvaggio di Calibano. Nell’angoscia di essere al mondo, Calibano maledisce il mondo.

 

Scheda spettacolo