La “Caosmogonia” di Nanni Balestrini

Nanni Balestrini ribadisce, con la sua Caosmogonia (Mondadori, 2010), che la poesia non è innocente: quando il poeta compie una scelta sul linguaggio rende palese il proprio modo di intendere il mondo. D’altra parte, Balestrini non fa che confermare la caratterizzazione immediatamente politica della disposizione dei segni. Ma l’operazione di Balestrini va oltre, spingendosi fino a rimettere in gioco la prospettiva tipica dell’arte d’avanguardia, dove il momento estetico e quello politico si compenetrano uno nell’altro. L’ultima parte della raccolta, infatti, significativamente intitolata Istruzioni preliminari, esplicita il programma di una scrittura materialista e, allo stesso tempo, la sua coincidenza con «una prospettiva rivoluzionaria» che trascende l’opera. È evidente che l’ambito teorico al quale si riferisce Balestrini è il marxismo. Per lui la «disperazione mortuaria» che isola il poeta dentro la sua stessa produzione non ha senso: è solo un modo di mettere i sigilli alla «violenza che stravolge la quotidianità». Oggi è tempo di riprendere a praticare una scrittura consapevole della sua relazione con la «realtà caotica ostile immensa»; è tempo di riprendere in mano il sogno di una cosa. […]

La “Caosmogonia” di Nanni Balestrini – Recensione, 2010-Rev.2019 (file pdf, 86 Kb)

Il dramma della lingua

Street Portrait, New York, Settembre 2014

Chi dirà del dramma,
del dramma di esserci?

La lingua dirà, la lingua è il luogo
del dramma.

Bisogna dire:
dialetti, gerghi, idiomi,
lingue incomprensibili, cifrate.
Dire: se interroghi la lingua
puoi cogliere il dramma nel suo farsi.
Vertigine, abominio, siccità.
Dire il dramma di esserci
ora, in questa città
desolata.

Bisogna dire:
pensiero, respiro, reale.
Tutta la vita per dire la materia universale.
E una vita non basta mai.
Dire col corpo.
Urlare, agire, distruggere,
amare. Bisogna dire:
smuovere il senso, darne indizio,
negarlo, giungere a dire
il silenzio.

Bisogna dire la lingua,
dirla tutta:
il salto, l’annegamento, la morte;
il dramma è una frase,
e la lingua non guarisce.
La lingua sostiene il reale,
il reale non ti sostiene.
Esilio, esodo, consumazione,
il corpo se ne va, si disperde,
la lingua si perde
cercando la salvezza.
Dire il dramma
senza guarigione.

Dire:
rivolta,
il luogo solitario del “No”,
carne famelica che pretende di dire la sua:
è questa rivolta che pervade
la lingua, contro ogni
comunicazione.

Dire:
la fine del sistema è urgente.

Dire:
putrida lingua,
balbettante, lingua che sbaglia,
rumore, carnevale che abbaglia,
un ultimo grido disperato.
Lingua crudele,
che parla da sola, esce dalla bocca
senza sapere cosa dire.
È la lingua che finalmente sboccia.
Frasi diverse, ritmi, lingua che scalcia,
pronunciata, senza tregua, la fine
di ogni inizio, segni
senza garanzia.

Sull’orlo di tutte le crisi, sui bordi
d’ogni storia, di ogni flagello
possibile, dire:
dire il dramma di esserci
senza consolazione.