Bruciare farfalle

Le Baccanti, Verona, Giugno 2016

Carissimi,

stiamo per cominciare il primo anno del corso di recitazione. Lavoreremo insieme per diversi mesi, cercando di raggiungere un obiettivo ambizioso: imparare a recitare. Cosa vuol dire recitare? Detto molto semplicemente: recitare è giocare: giocare con se stessi e con il proprio corpo, giocare con il linguaggio, giocare con gli altri, giocare con lo spazio che ci accoglie. L’attore gioca fingendosi un altro. Fingere non vuol dire sparire; al contrario, fingere vuol dire svelarsi, giacché la finzione teatrale rende evidenti alcune verità nascoste. Imparare a recitare vuol dire imparare a svelarsi mentre ci si sta nascondendo. D’altra parte, è proprio una prerogativa del gioco quello di essere, allo stesso tempo, verità e simulazione; il gioco è verità perché è vero l’impegno dei giocatori, la concorrenza tra di loro, l’obiettivo di aggiudicarsi la posta; il gioco è simulazione perché i giocatori sanno benissimo che i loro atti hanno un valore diverso da quello che hanno nella realtà. Lo scrive molto bene il critico Maurizio Grande: nel teatro, come nel gioco, si evidenziano componenti agonistiche e componenti rituali, la cui “esecuzione” è resa possibile dall’addestramento delle facoltà mimetiche che consentono la simulazione di situazioni di confronto e conflitto nel più ampio senso dei termini. In questa frase è introdotto il concetto di “addestramento”. Un corso di recitazione serve proprio per addestrare le potenzialità dei singoli per gestire il momento della performance; per addestrare, insomma, la capacità di esporsi di fronte agli altri da attori. Ora, che cos’è il teatro? Il teatro è la relazione che si crea tra una scena e una platea. Se la platea è un insieme eterogeneo di soggetti (gli spettatori), ognuno dotato di certe competenze teatrali ed estetiche e di una certa visione del mondo, la scena è definibile come una combinazione di segni, ovvero come la messa in rete di una serie diversa di possibilità espressive che accadono in un dato spazio e nei limiti di un dato tempo. Ma ciò che anima la scena è, prima di tutto, il corpo dell’attore. Sono le vibrazioni di questo corpo in atto che fanno nascere la relazione tra scena e platea. Sono i gesti dell’attore, i suoi movimento nello spazio scenico, l’unicità della sua voce, che vibrando, e vibrando in un modo tale da colpire lo spettatore attiva quel particolare tipo di contagio che chiamiamo teatro. L’attore è il fondamento del teatro. Com’è normale che accada, ogni insegnante, specialmente se è esso stesso attore, non può che insegnare anche se stesso, e cioè il suo modo particolare di intendere la recitazione. La natura della vibrazione è diversa per ogni attore. La mia è molto semplice: parte dall’idea che il teatro è «un luogo di rivelazione e di intensità». Cosa vuol dire? Per spiegarlo, faccio ricorso a un’immagine tratta da uno spettacolo di Peter Brook raccontato da Heiner Muller. In una sala teatrale si attende l’inizio di uno spettacolo; ad un certo punto, un attore sale sul palco e attira l’attenzione del pubblico; ha una scatoletta in mano, da cui tira fuori una farfalla, bella, colorata, viva, svolazzante; la mostra alla platea come se stesse mostrando una delle cose che più ha care al mondo; poi prende un accendino dalla tasca della giacca, le dà fuoco e la farfalla brucia; quando la fiamma raggiunge le dita, l’attore lascia cadere ciò che resta della farfalla, e lo scadere della luce corrisponde allo scadere della sua vita; ognuno dei presenti, nell’assistere a quell’atto ha un sussulto: prova disagio, è disorientato; l’atto ha messo in crisi la tranquillità emotiva degli spettatori. Questo intendo quando dico che il teatro è un luogo di rivelazione e di intensità. Il sussulto dello spettatore è il segnale dell’avvenuto contagio, è il segnale dell’apertura di una relazione forte, energica, tale da fare mancare il fiato agli spettatori. Ecco, imparare a recitare è imparare a bruciare farfalle.