Majakovskij, melologo

Self Portrait, Verona, Ottobre 2017

A – In scena …
B – … in scena gli strumenti e quattro leggii, come per l’esecuzione di un quartetto.
A – Vedo un violoncello, un pianoforte e … un oboe?
B – Un oboe, sì.
A – … e un microfono …
B – … per la voce.
A – Ah, ecco, ci sono, una specie di concerto.
B – Un concerto, proprio.
A – Jazz?
B – Un melologo. Musica e recitazione insieme.
A – Melologo? Interessante. Dunque, se ho capito bene, una specie di teatro musicale. Giusto?
B – Un concerto per tre strumenti e voce recitante, a cui si aggiunge – vedi quella sedia laggiù? – ecco, un’attrice.
A – Con poca azione scenica, direi.
B – Quasi nulla. Ma potrebbe muoversi – perché no? – l’attrice.
A – Una sospensione, o una stasi.
B – Al contrario. Suono, molto suono. La passione perfettamente sonorizzata, e la poesia. La poesia è un gesto sonoro – ecco la parola giusta. Un gesto dinamico, ritmo e storia.
A – Ma la passione, la passione – come hai detto tu – perfettamente sonorizzata, ha un messaggio?
B – Ah, tu vuoi capire.
A – Intendevo dire – una morale, un’idea, un discorso.
B – Sei fuori strada. Cerco di spiegarmi. Musica e parole si alimentano a vicenda, modellando una forma fatta di ritmo, di temi, di senso. E i musicisti, così come gli attori, si avvalgono di tecniche e di procedimenti. Il risultato si nutre di dolore – un «dolore politico e letterario» – di pensiero, e persino di un’etica. Un melologo è un’opera d’arte – «un ritmo vorticoso di immagini, suoni e pensieri». Permettimi: niente comunicazione.
A – Bene. Il significato – per così dire – è nella struttura.
B – È nella dinamica di interazione tra testo e voce, tra voce e strumenti, tra strumenti e note, e persino tra i corpi degli interpreti – e tra questi elementi e il contesto culturale. Solo tenendo conto di ciò, puoi capire.
A – Il testo?
B – È di Majakovskij. Un montaggio di brani, dai suoi poemi.
A – Molto – come dire? – molto caratterizzato. Anzi, a ben vedere, un’indicazione netta di punto di vista. Majakovskij è un poeta radicale, è chiaro – politicamente e artisticamente radicale.
B – Un punto fermo, per me. Un modello. Un semplice, fecondo, nutriente modello di dialettica tra linguaggio e ideologia. Proprio così: la poesia è in tensione con la storia – è un gesto politico. C’è il fascino per le forme estreme – e c’è la misura della critica. C’è una «sofferenza politica e civile» – e c’è l’esuberanza della lingua. A piena voce. E nessun nascondimento.
A – Viste le premesse, facile immaginare una declamazione spigolosa, aggressiva – disturbante?
B – Disturbante, non so. Non c’è questo intento. Nessuna volontà di molestare, no davvero. Al limite, turbare incantando – o sbalordire coinvolgendo.
A – E dunque, la voce?
B – Ribadisco questo: che, in fondo, la recitazione sfrutterà al meglio le possibilità della voce.
A – La voce come spettacolo di sé.
B – Non solo, però. La resa sonora del testo non annulla i valori concettuali. Equilibrio – e reciproco influenzarsi.
A – Dimmi delle musiche.
B – Shostakovich, epos e storia – e Ciajkovskij, disagio esistenziale e morte. Ecco, il nucleo portante dell’esperienza – di vita e poetica – di Majakovskij si esprime nella scelta delle musiche. Si comincia col prologo – viscerale, carnale, epico – della Hamlet Suite di Shostakovich e si finisce con l’andante funebre dello String Quartet n° 3 di Ciajkovskij. Come nei versi, le musiche miscelano, non senza contrasto, temi e movenze, in una tensione di reciproca esaltazione.
A – Un lucido e disperato poema musicale.
B – Un melologo, null’altro.

Decalogo

I Cenci di Artaud, Verona, Marzo 2017.

Per allievi attori; e per attori non incatenati al ruolo.

1. Ricorda che dietro la maschera c’è il tuo volto; cerca il tuo volto autentico dietro la maschera.
2. Il vuoto è la tua condizione; trattieni il fiato e poi tuffati nel vuoto per farlo risuonare; accetta il rischio dell’infamia.
3. La scena è una trappola; cerca il ritmo della fuga, il respiro della tensione, la voce della paura; allenati al rischio.
4. L’attore è una bestia oscena che uccide il suo Dio; ne prende il posto per trasformarsi in una farfalla delicata.
5. L’attore non è un profeta, non è un politico e non è una puttana; trasforma la tua arte in profezia politica con la passione del corpo.
6. Lavora sui contrasti; sulla dissacrazione; sulla sfida; su ciò che stride, che fa rumore, che infastidisce; il grottesco è l’essenza del teatro.
7. Non esiste l’immedesimazione; la situazione psicologica ed emotiva di un personaggio non sarà mai la tua; tu puoi solo recitare.
8. Non incarnare un personaggio, crealo.
9. Misurati coi “migliori”; accetta di essere un “minore”; nelle periferie c’è la vera vita, quella che sola merita di essere cambiata; e poi liberati dell’angoscia di essere bravo.
10. Shakespeare ha ragione: noi viviamo per calpestare la testa dei Re.

Bruciare farfalle

Le Baccanti, Verona, Giugno 2016

Carissimi,

stiamo per cominciare il primo anno del corso di recitazione. Lavoreremo insieme per diversi mesi, cercando di raggiungere un obiettivo ambizioso: imparare a recitare. Cosa vuol dire recitare? Detto molto semplicemente: recitare è giocare: giocare con se stessi e con il proprio corpo, giocare con il linguaggio, giocare con gli altri, giocare con lo spazio che ci accoglie. L’attore gioca fingendosi un altro. Fingere non vuol dire sparire; al contrario, fingere vuol dire svelarsi, giacché la finzione teatrale rende evidenti alcune verità nascoste. Imparare a recitare vuol dire imparare a svelarsi mentre ci si sta nascondendo. D’altra parte, è proprio una prerogativa del gioco quello di essere, allo stesso tempo, verità e simulazione; il gioco è verità perché è vero l’impegno dei giocatori, la concorrenza tra di loro, l’obiettivo di aggiudicarsi la posta; il gioco è simulazione perché i giocatori sanno benissimo che i loro atti hanno un valore diverso da quello che hanno nella realtà. Lo scrive molto bene il critico Maurizio Grande: nel teatro, come nel gioco, si evidenziano componenti agonistiche e componenti rituali, la cui “esecuzione” è resa possibile dall’addestramento delle facoltà mimetiche che consentono la simulazione di situazioni di confronto e conflitto nel più ampio senso dei termini. In questa frase è introdotto il concetto di “addestramento”. Un corso di recitazione serve proprio per addestrare le potenzialità dei singoli per gestire il momento della performance; per addestrare, insomma, la capacità di esporsi di fronte agli altri da attori. Ora, che cos’è il teatro? Il teatro è la relazione che si crea tra una scena e una platea. Se la platea è un insieme eterogeneo di soggetti (gli spettatori), ognuno dotato di certe competenze teatrali ed estetiche e di una certa visione del mondo, la scena è definibile come una combinazione di segni, ovvero come la messa in rete di una serie diversa di possibilità espressive che accadono in un dato spazio e nei limiti di un dato tempo. Ma ciò che anima la scena è, prima di tutto, il corpo dell’attore. Sono le vibrazioni di questo corpo in atto che fanno nascere la relazione tra scena e platea. Sono i gesti dell’attore, i suoi movimento nello spazio scenico, l’unicità della sua voce, che vibrando, e vibrando in un modo tale da colpire lo spettatore attiva quel particolare tipo di contagio che chiamiamo teatro. L’attore è il fondamento del teatro. Com’è normale che accada, ogni insegnante, specialmente se è esso stesso attore, non può che insegnare anche se stesso, e cioè il suo modo particolare di intendere la recitazione. La natura della vibrazione è diversa per ogni attore. La mia è molto semplice: parte dall’idea che il teatro è «un luogo di rivelazione e di intensità». Cosa vuol dire? Per spiegarlo, faccio ricorso a un’immagine tratta da uno spettacolo di Peter Brook raccontato da Heiner Muller. In una sala teatrale si attende l’inizio di uno spettacolo; ad un certo punto, un attore sale sul palco e attira l’attenzione del pubblico; ha una scatoletta in mano, da cui tira fuori una farfalla, bella, colorata, viva, svolazzante; la mostra alla platea come se stesse mostrando una delle cose che più ha care al mondo; poi prende un accendino dalla tasca della giacca, le dà fuoco e la farfalla brucia; quando la fiamma raggiunge le dita, l’attore lascia cadere ciò che resta della farfalla, e lo scadere della luce corrisponde allo scadere della sua vita; ognuno dei presenti, nell’assistere a quell’atto ha un sussulto: prova disagio, è disorientato; l’atto ha messo in crisi la tranquillità emotiva degli spettatori. Questo intendo quando dico che il teatro è un luogo di rivelazione e di intensità. Il sussulto dello spettatore è il segnale dell’avvenuto contagio, è il segnale dell’apertura di una relazione forte, energica, tale da fare mancare il fiato agli spettatori. Ecco, imparare a recitare è imparare a bruciare farfalle.

Genova, luglio 2001


Genova, luglio 2001: va in scena il terrore di stato. Venerdì 20 la città è spettrale, bellissima. Per le strade soltanto poliziotti e persone venute a Genova per gridare il loro “No” agli 8 Grandi. Qui è la realtà, mi dico, qui si mostra la vera faccia del controllo. Si cammina veloci, nel timore di venire fermati e perquisiti. Puntiamo al concentramento di piazza Paolo Da Novi, una delle “piazze tematiche” (quella sul lavoro, organizzata da Cobas e Network dei diritti globali) da cui si tenterà l’assedio e l’invasione della zona rossa. Ogni strada è presidiata. Da tre delle quattro strade che permettono l’accesso alla piazza è impossibile entrare: lo schieramento di blindati e di uomini in divisa è impressionante. Dalla quarta strada fanno entrare a piccoli gruppi. Nella piazza alcune migliaia di persone, fuori altrettante che spingono per entrare. Partono le prime cariche. Confusione. Nessuno capisce o dà lumi su cosa fare (carenze da gestione della piazza), ma tutti si rendono conto che la polizia vuole evitare che si formi un corteo potenzialmente fastidioso. Una parte fugge verso la stazione Brignole, noi seguiamo quelli che si spostano verso il mare, in direzione di piazzale Kennedy. Qualcuno, di nero vestito, e sconosciuto ai più, spacca le vetrine di una banca. Si corre, ordinati. 3-4 mila persone. Percepiamo chiaramente che dietro di noi la polizia sta caricando, si vedono i lacrimogeni, i blindati, gli scudi che avanzano; e si capisce che c’è un servizio d’ordine improvvisato che sta cercando di rallentare le cariche, difendendo il corteo per permetterne il deflusso. […]

Genova, luglio 2001 – Documento, 2001 (file pdf 1,2 Mb)

Poesia è la voce

Io, te e le rose, Verona, Maggio 2015

La voce è la condizione stessa dell’attore: la condizione di chi vive nell’opera.

Proprio per questo ogni movenza dell’attore è sonora. Recitare, vale a dire muoversi in uno spazio silenzioso, è formare quella che si potrebbe denominare la scena del pensiero acustico.

Urlo e canto, rutto fragoroso e respiro, narrazione e mutismo: al gesto vocale appartengono le dimensioni della musica, del linguaggio e del rumore.

In questa apoteosi dell’attore sonoro, in questa partitura di gesti e di timbri, in questa pratica significante e musicale, la voce può essere considerata come il trait d’union tra i diversi piani espressivi che caratterizzano l’opera.

L’attore è principalmente «un essere fonico».

[…]

Poesia è la voce – Saggio, 2010-Rev.2017 (file pdf,1 Mb)

Questa vita è corta

Self Portrait, Verona, Maggio 2016

Un rifugio, o forse un cimitero, o una cella d’isolamento, oppure un teatro, una cella-teatro, ecco; oppure un sarcofago, o un mausoleo, anzi: un museo, un museo che espone un’unica opera d’arte vivente: l’attore.

Buio.

Un uomo con la pistola. Vestito elegante: camicia bianca (collo alla coreana), giacca e pantaloni neri, scarponi; abito molto contemporaneo. Canta.

Luce.

Ha ripreso a piovere. Anche il tempo è contro di me.
Dio, com’è buio il mondo. Ci vedo a malapena. Ma so che ci sono, là fuori; li sento e ne vedo le ombre.
Grida verso l’esterno.
Allora, che cosa aspettate? Sono qui, venite a prendermi. Entrate, svelti, e poniamo fine a questa farsa.
Di scatto, verso il pubblico.
E voi, voi zitti. Che nessuno apra bocca. Altrimenti farete i conti con me.
Si guarda in giro.
C’è qualcosa di lugubre, in questa stanza.
Al pubblico.
Comunque tranquilli, non vi farò del male; tra poco potrete uscire. Siete fortunati, voi. Invece per me non c’è scampo. Appena pronti, quelli là fuori entreranno, sferreranno l’attacco, e questa stanza sarà la mia nuova tomba. È solo questione di tempo.
Si muove scomposto.
Devo resistere, devo preparare le mie difese, fare di questa stanza il mio baluardo. Devo mettere in moto l’ingegno per allestire un riparo adatto a proteggermi.
Si immobilizza, con affanno.
Tempo perso. La stanza è circondata. Entreranno. È solo questione di tempo.
Cerca qualcosa nella giacca, prende una fiaschetta metallica, la apre.
E allora ridiamo di questo destino desolante.

[…]

Questa vita è corta – Monologo, 2017 (file pdf,279 kb)