BIOGRAFIA
Sono nato il 14 aprile 1961, in Sardegna. Abito a Verona dal 1999, dopo aver abitato per 32 anni a Torino. Ho lavorato come insegnante di sostegno dal 1981 al 1984. Nel biennio 84-86 ho frequentato la Scuola d'Arte Drammatica e diversi laboratori sulla vocalità, ultimo dei quali quello con Zygmunt Molik del Teatro Laboratorio di Grotovski. Dal 1985 al 1988 ho lavorato nel servizio didattico del Museo d'Arte Contemporanea del Castello di Rivoli. Mi sono auto-prodotto diverse performances, sono transitato in qualche compagnia professionale e ho partecipato a qualche importante progetto, tra cui quello sulla Medea di Heiner Muller a Berlino. Nel 1989 il festival Differenti Sensazioni mi ha premiato con la produzione di uno spettacolo (Antigone, 1990), con cui ho svolto la mia prima tourné da attore. Dal 1989 al 1999 ho lavorato come educatore (con disabili, minori a rischio, senza dimora). Nel 1996 nasce il mio primo figlio (ora sono tre). Dal 1999 mi dedico prevalentemente al teatro, anche se per campare continuo a fare il consulente sulla progettazione di servizi educativi e assistenziali. Continuo a produrre spettacoli in proprio, oltre a condurre laboratori sulla recitazione, a scrivere e a pubblicare libri. Dal 2011 insegno recitazione presso la Scuola del Teatro Stabile di Verona.
***
1961
Nevio Gàmbula nasce nel paesino di Nurallao, in Sardegna, isola di sempre maggior dipendenza dalle oscillazioni del mercato turistico. Il padre Pier Mario era salariato nelle Ferrovie Complementari Sarde, a capo della stazioncina del paese natale, da cui pochi passavano e i bimbi potevano felicemente baloccarsi tra le littorine in sosta, sporchi da far sbiancare di rabbia mamma Italina, lei dolce nonostante quel nome dato dal nonno fascista. Intorno a lui si cimenta una lingua viscerale, tutta oralità, terrestre, suono di liuto e boato insieme, che fin nell'intimo lo segnerà e sarà base diligente dei suoi schizzi futuri poetici.
1967 - 1985 Gàmbula si trasferisce a Torino, obbedendo al richiamo della necessità. Se l'umanità avesse intelligenza, impedirebbe con editto grandioso l'immigrazione e agevolerebbe l'abbattimento dei confini. Ma così non è, e dunque il Nostro si ritrova figlio di operaio Fiat suo malgrado e assiste al 1969 operaio da figlioletto di padre militante, il babbo presente agli scontri di Corso Traiano, camminando tra gli applausi della folla alle finestre con in tasca pietre pronte all'uso. Si iscrive, dopo le scuole inferiori, all'Istituto Avogadro a studiare da perito meccanico, avendo lui di mira la carriera militare. Ma la scuola era tutto un pullulare di incendi di strada e di urla e di moti radicali, così che il Gàmbula dimentica l'esercito italiano e si arruola in quell'esercito di sognatori senza patria, sempre fuori di casa a impostare una nuova vita. Per rifiuto adolescenziale del potere, diverrà tifoso granata e sognerà sempre la Juve in serie C e una volta vide al derby in curva Maratona uno striscione in cui era scritto: "Solidarietà agli operai in sciopero" mentre i cori ripetevano gran voce "o juventino ciuccia piselli a tutta quanta la famiglia Agnelli". Erano i 35 giorni, e ai suoi occhi veniva a bussare the working class, e Gàmbula fu davanti alle porte della Fiat, tra i fuochi, a cantare sino alla marcia dei 40.000 e alla sconfitta. Poi la "sinistra" entra in coma e si fa sinistra, mostro a immagine e somiglianza dei vincitori. Ostinato, il Nostro, piuttosto che trarsi in disparte consacrandosi alla "vergogna di essere felice in questo mondo" , continua a mordere i tempi craxiani studiando Das Kapital ed altri simili libri, Lenin & Beckett, e Majakovskij su tutti, e fu dura lezione (estraneo, mentre il gregge belava Heidegger). Finché, al termine d'una grandiosa manifestazione contro l'istallazione in Italy di missili della ditta Pershing & Cruise, in fuga dai lacrimogeni davanti all'ambasciata americana trascinato da una graziosa ragazzina entra per la prima volta in vita sua in un teatro. E si apre una ferita, nell'odore di cenere e suono di tuba.
1985 - 1989 Lo spettacolo cui Gàmbula assiste per la prima volta si intitola Comédie italienne, regia di Carlo Quartucci con Carla Tatò interprete principale. Nella sala da 500 posti soltanto 6 spettatori. Lo colpì quella voce stridula, come un'aurora; l'attrice gli pareva "attorcigliata alla propria vertigine", come un angelo e una bestia insieme, e lui morso da quelle sillabe gioiva, spaventato. La solidità delle parole, il coraggio di quella voce. Cominciò a immaginarsi di fronte ad un pubblico, per fare sgorgare dal suo corpo una nuova trasparenza. E si mise in scena, lui stesso e le sue parole, un giorno qualunque del 1985 a fare "da spalla" al gruppo rock inglese The Three Johns, all'epoca impegnati in solidarietà musicate ai minatori inglesi in sciopero. E fu l'estasi. La pagina era stata aperta, ora bisognava riempirla. E ci riprovò, poco dopo, ad altra festa di quartiere, con una performance per voce e nastro registrato. Caso volle che tra il pubblico sedesse l'attrice Rossana Rovere, in quel periodo collaboratrice dello Stabile di Torino e del Gruppo della Rocca, e che partecipò allo spettacolo Il rosa e il nero di Carmelo Bene, al Nostro ancora sconosciuto. Questa gentil donna prese da parte il Gàmbula e gli sussurrò che la forza espressiva e la voce e il furore erano giusti, ma che la tecnica bisognava apprenderla, altrimenti ci si inaridisce e la pagina resta vuota (e si prodigò la Rovere in un paio di incontri col nostro a fare la maestra). Nevio Gàmbula si iscrisse, da studente lavoratore, alla Scuola d'Arte Drammatica di Torino, della mitica Pescarmona … E nel corso si prodigò in improvvisazioni estrose, piccole sculture teatrali invise alla docente che mostrò il massimo del suo disprezzo per certi avanguardismi quando il Nostro, insieme ad altri due compagni, marinò le lezioni per partecipare all'evento sul poeta Dino Campana orchestrato da Carmelo Bene. Non terminò l'ultimo anno della scuola, e tentò - da affamato - di ascoltare quanto più era possibile di quella incrinatura vocal-teatrale nel "mondo delle strade disciplinate". Ritmava e scandiva la voce, cercando occasionali compagni e irrobustendo la sua sapienza. Si presentò spavaldo a festival teatrale, pieno di vergogna in una esilarante pièce tra Beckett e Brecht e vinse il primo premio, anche, il quale consisteva nella produzione di spettacolo da far circuitare. Si era nel 1989, in estate, e poi fu a Berlino per mettere in scena Materiale per Medea di Heiner Muller, poco prima che il muro crollasse. E se ne andò in triste tourné, poco visto e nel silenzio quasi totale. Quell'inizio da "professionista" non fu promettente. E lui cresceva comunque, in agitata poesia.
1990 - 1999 Per apprendere musica si avvicinò alla banda denominata Marcido Marcidoris & Famosa Mimosa, promettente e rigorosa orchestra teatrale diretta dal simil-guru Marco Isidori. E ci restò, nelle vicinanze dei Marciti un po' di tempo, tra entrate e uscite, in lite sempre con le donnine del gruppo. Nell'immane frattempo si cimentava in ulteriori bollori scenici, col suono della voce e cambiando sembianze e divertendosi a mettere in crisi la lingua - in semiclandestinità (a parte la serata all'università occupata, suonando Antigone per i 500 golosi e diffidenti lì convenuti per assistere al Nostro). Poi fu scacciato dalla famosa compagnia, perché incapace di soffiare come loro volevano; lui però veramente non sapeva. Non divenne mai un vero professionista. Riandò per caso dopo tempo allo stadio e vide issato al centro della Curva Maratona lo striscione: "Ribellarsi è giusto", in solidarietà agli squatters torinesi in quell'epoca molto rumorosi con giustezza; e sognò di nuovo la Juve in C (ma Dio non esiste, perché se esistesse avrebbe già provveduto). E si cimentò in brevi performances al fianco di artisti visivi, in gallerie d'arte, una delle quali favolosa per scatola scenica: una immane torre costruita con dossier di fabbrica, e il Nostro al suo fondo, con accanto un televisorino piccolo piccolo con immagini di aerei militari in volo e lui a recitarsi con forza inaudita e i pubblico ad osservarlo dall'alto, in lontananza, rapito da quel furore. Poi il richiamo della scena lo invase, e decise di riprovarci. Costruì spettacolo grandioso, tutto solo. E fu Calibano.
1999 - 2011 La nascita di Calibano coincide con il trasferimento a Verona, città tanto bella quanto culturalmente deprecabile; qui la stagnazione viene contrabbandata per beatitudine. Oltre a Calibano, al Nostro nascono ben tre figli, tutti maschi, come a voler tramandare ai posteri la stirpe. Nel frattempo scrive: su riviste (La Contraddizione, Hortus Musicus, Ateatro, Le reti di Dedalus), e poi nel blog collettivo Absolutepoetry; scrive saggi e articoli su teatro, poesia, linguaggio, politica. E comincia a pubblicare, in volumi collettivi e libri tutti suoi: La discordia teatrale (Pendragon 2003), L'attore senza ruolo (Zona, 2010) e Qui si vende storia (presso Odradek, settembre 2010). E continua a proporre spettacoli in giro per la penisola. Oltre al solito Calibano, diventato ormai un classico, propone una sua personalissima versione della Hamletmaschine di Heiner Muller (2003) , con pittore al seguito, un Macbeth per dieci attori e un coro di sei cantanti (2004), un Brecht con una cantante a deliziare le platee (2006) e una versione della Penthesilea di Kleist (2008), mentre sta preparando uno spettacolo sul Minetti di Bernhard e una lettura-concerto sui Canti di Leopardi. Negli ultimi anni, inoltre, si è dedicato, al di fuori di ogni contesto istituzionale, alla web radiofonia, realizzando radiodrammi e composizioni audio (pubblicati su RadioPhoné). Insegna recitazione (ora presso il Teatro Stabile di Verona) e propone seminari sulla vocalità dell'attore. Resistendo, anche, nell'abisso del presente.
