
1961 Nevio Gàmbula nasce nel paesino di Nurallao, in Sardegna, isola di
sempre maggior dipendenza dalle oscillazioni del mercato turistico. Il
padre Pier Mario era salariato nelle Ferrovie Complementari Sarde, a
capo della stazioncina del paese natale, da cui pochi passavano e i
bimbi potevano felicemente baloccarsi tra le littorine in sosta,
sporchi da far sbiancare di rabbia mamma Italina, lei dolce nonostante
quel nome dato dal nonno fascista. Intorno a lui si cimenta una lingua
viscerale, tutta oralità, terrestre, suono di liuto e boato insieme,
che fin nell'intimo lo segnerà e sarà base diligente dei suoi schizzi
futuri poetici.
1967
- 1985 Gàmbula si trasferisce a Torino, obbedendo al richiamo della
necessità. Se l'umanità avesse intelligenza, impedirebbe con editto
grandioso l'immigrazione e agevolerebbe l'abbattimento dei confini. Ma
così non è, e dunque il Nostro si ritrova figlio di operaio Fiat suo
malgrado e assiste al 1969 operaio da figlioletto di padre militante,
il babbo presente agli scontri di Corso Traiano, camminando tra gli
applausi della folla alle finestre con in tasca pietre pronte all'uso.
Si iscrive, dopo le scuole inferiori, all'Istituto Avogadro a studiare
da perito meccanico, avendo lui di mira la carriera militare. Ma la
scuola era tutto un pullulare di incendi di strada e di urla e di moti
radicali, così che il Gàmbula dimentica l'esercito italiano e si
arruola in quell'esercito di sognatori senza patria, sempre fuori di
casa a impostare una nuova vita. Per rifiuto adolescenziale del potere,
diverrà tifoso granata e sognerà sempre la Juve in serie C e una volta
vide al derby in curva Maratona uno striscione in cui era scritto:
"Solidarietà agli operai in sciopero" mentre i cori ripetevano gran
voce "o juventino ciuccia piselli a tutta quanta la famiglia Agnelli".
Erano i 35 giorni, e ai suoi occhi veniva a bussare the working class,
e Gàmbula fu davanti alle porte della Fiat, tra i fuochi, a cantare
sino alla marcia dei 40.000 e alla sconfitta. Poi la "sinistra" entra
in coma e si fa sinistra, mostro a immagine e somiglianza dei
vincitori. Ostinato, il Nostro, piuttosto che trarsi in disparte
consacrandosi alla "vergogna di essere felice in questo mondo" ,
continua a mordere i tempi craxiani studiando Das Kapital ed altri
simili libri, Lenin & Beckett, e Majakovskij su tutti, e fu dura
lezione (estraneo, mentre il gregge belava Heidegger). Finché, al
termine d'una grandiosa manifestazione contro l'istallazione in Italy
di missili della ditta Pershing & Cruise, in fuga dai lacrimogeni
davanti all'ambasciata americana trascinato da una graziosa ragazzina
entra per la prima volta in vita sua in un teatro. E si apre una
ferita, nell'odore di cenere e suono di tuba.
1985
- 1989 Lo spettacolo cui Gàmbula assiste per la prima volta si intitola Comédie italienne, regia di Carlo Quartucci con Carla Tatò interprete
principale. Nella sala da 500 posti soltanto 6 spettatori. Lo colpì
quella voce stridula, come un'aurora; l'attrice gli pareva
"attorcigliata alla propria vertigine", come un angelo e una bestia
insieme, e lui morso da quelle sillabe gioiva, spaventato. La solidità
delle parole, il coraggio di quella voce. Cominciò a immaginarsi di
fronte ad un pubblico, per fare sgorgare dal suo corpo una nuova
trasparenza. E si mise in scena, lui stesso e le sue parole, un giorno
qualunque del 1985 a fare "da spalla" al gruppo rock inglese The Three
Johns, all'epoca impegnati in solidarietà musicate ai minatori inglesi
in sciopero. E fu l'estasi. La pagina era stata aperta, ora bisognava
riempirla. E ci riprovò, poco dopo, ad altra festa di quartiere, con
una performance per voce e nastro registrato. Caso volle che tra il
pubblico sedesse l'attrice Rossana Rovere, in quel periodo
collaboratrice dello Stabile di Torino e del Gruppo della Rocca, e che
partecipò allo spettacolo Il rosa e il nero di Carmelo Bene, al Nostro
ancora sconosciuto. Questa gentil donna prese da parte il Gàmbula e gli
sussurrò che la forza espressiva e la voce e il furore erano giusti, ma
che la tecnica bisognava apprenderla, altrimenti ci si inaridisce e la
pagina resta vuota (e si prodigò la Rovere in un paio di incontri col
nostro a fare la maestra). Nevio Gàmbula si iscrisse, da studente
lavoratore, alla Scuola d'Arte Drammatica di Torino, della mitica
Pescarmona … E nel corso si prodigò in improvvisazioni estrose, piccole
sculture teatrali invise alla docente che mostrò il massimo del suo
disprezzo per certi avanguardismi quando il Nostro, insieme ad altri
due compagni, marinò le lezioni per partecipare all'evento sul poeta
Dino Campana orchestrato da Carmelo Bene. Non terminò l'ultimo anno
della scuola, e tentò - da affamato - di ascoltare quanto più era
possibile di quella incrinatura vocal-teatrale nel "mondo delle strade
disciplinate". Ritmava e scandiva la voce, cercando occasionali
compagni e irrobustendo la sua sapienza. Si presentò spavaldo a
festival teatrale, pieno di vergogna in una esilarante pièce tra
Beckett e Brecht e vinse il primo premio, anche, il quale consisteva
nella produzione di spettacolo da far circuitare. Si era nel 1989, in
estate, e poi fu a Berlino per mettere in scena Materiale per Medea di
Heiner Muller, poco prima che il muro crollasse. E se ne andò in triste
tourné, poco visto e nel silenzio quasi totale. Quell'inizio da
"professionista" non fu promettente. E lui cresceva comunque, in
agitata poesia.
1990
- 1999 Per apprendere musica si avvicinò alla banda denominata Marcido
Marcidoris & Famosa Mimosa, promettente e rigorosa orchestra
teatrale diretta dal simil-guru Marco Isidori. E ci restò, nelle
vicinanze dei Marciti un po' di tempo, tra entrate e uscite, in lite
sempre con le donnine del gruppo. Nell'immane frattempo si cimentava in
ulteriori bollori scenici, col suono della voce e cambiando sembianze e
divertendosi a mettere in crisi la lingua - in semiclandestinità (a
parte la serata all'università occupata, suonando Antigone per i 500
golosi e diffidenti lì convenuti per assistere al Nostro). Poi fu
scacciato dalla famosa compagnia, perché incapace di soffiare come loro
volevano; lui però veramente non sapeva. Non divenne mai un vero
professionista. Riandò per caso dopo tempo allo stadio e vide issato al
centro della Curva Maratona lo striscione: "Ribellarsi è giusto", in
solidarietà agli squatters torinesi in quell'epoca molto rumorosi con
giustezza; e sognò di nuovo la Juve in C (ma Dio non esiste, perché se
esistesse avrebbe già provveduto). E si cimentò in brevi performances
al fianco di artisti visivi, in gallerie d'arte, una delle quali
favolosa per scatola scenica: una immane torre costruita con dossier di
fabbrica, e il Nostro al suo fondo, con accanto un televisorino piccolo
piccolo con immagini di aerei militari in volo e lui a recitarsi con
forza inaudita e i pubblico ad osservarlo dall'alto, in lontananza,
rapito da quel furore. Poi il richiamo della scena lo invase, e decise
di riprovarci. Costruì spettacolo grandioso, tutto solo. E fu Calibano.
1999
- 2010 La nascita di Calibano coincide con il trasferimento a Verona,
città tanto bella quanto culturalmente deprecabile; qui la stagnazione
viene contrabbandata per beatitudine. Oltre a Calibano, al Nostro
nascono ben tre figli, tutti maschi, come a voler tramandare ai posteri
la stirpe. Nel frattempo scrive: su riviste (La Contraddizione, Hortus
Musicus, Ateatro, Le reti di Dedalus), e poi nel blog collettivo
Absolutepoetry; scrive saggi e articoli su teatro, poesia, linguaggio,
politica. E comincia a pubblicare, in volumi collettivi e libri tutti
suoi: La discordia teatrale (Pendragon 2003), L'attore senza ruolo (Zona, 2010) e Qui si vende storia (presso Odradek,
settembre 2010). E continua a proporre spettacoli in
giro per la penisola. Oltre al solito Calibano, diventato ormai un
classico, propone una sua personalissima versione della Hamletmaschine di Heiner Muller (2003) , con pittore al seguito, un Macbeth per dieci
attori e un coro di sei cantanti (2004), un Brecht con una cantante a
deliziare le platee (2006) e una versione della Penthesilea di Kleist
(2008), mentre sta preparando un lavoro sul Minetti di Bernhard. Negli
ultimi anni, inoltre, si è dedicato, al di fuori di ogni contesto
istituzionale (unico in Italia), alla web radiofonia, realizzando
radiodrammi e composizioni audio (pubblicati su RadioPhoné). E insiste nel proporre laboratori di recitazione e seminari
sulla vocalità. Resistendo, anche, nell'abisso del presente.
